La password della settimana: Tortura

07 luglio 2017 ore 14:41, Paolo Pivetti
“Sì alla legge, ora la tortura è reato” annuncia trionfante la Repubblica, e mette compiaciuta questa decisione del Parlamento nell’elenco delle “Leggi da non tradire”, insieme con lo ius soli, il biotestamento, la legalizzazione della cannabis per uso personale, e altre. L’enfasi di questa retorica si addice perfettamente a un Paese sempre sospeso tra commedia dell’arte e melodramma. Ecco cosa ci mancava per rendere più oscuramente e melodrammaticamente suggestiva la scenografia nella quale si agita la commedia dell’arte della nostra politica. 
La password della settimana: Tortura
Tortura. Un vocabolo tremendo, dall’eco oscura e sinistra, da romanzo salgariano o peggio. Un vocabolo che evoca oscuri tempi lontani, nei quali, anche all’ombra delle più illuminate civiltà, la tortura era esercitata disinvoltamente. E anche oggi, in tanta parte del mondo e anche in paesi che sono separati da noi da una spanna di Mediterraneo, in paesi retti da poteri autoritari e opachi, sappiamo bene che la tortura è utilizzata per distruggere gli avversari. È un vocabolo comunque dal sapore lontano: mai più ci saremmo aspettati che venisse a far parte del nostro patrimonio quotidiano. E invece, grazie allo zelo delle sinistre, eccoci finalmente accolti tra i paesi civili perché abbiamo anche noi il nostro bel reato di tortura. “Sanato un ritardo storico” insiste con enfasi la Repubblica. 
 Tortura è vocabolo tardo latino e deriva da tòrtus cioè torto, participio passato del verbo torquère, che molto sempicemente significa torcere.
 Il vocabolo, oltre ad un un arcaico significato, ormai disusato, di “torcitura”, più propriamente è passato a significare “torcitura di membra e, genericamente, ogni supplizio, ogni tormento corporale inflitto allo scopo di estorcere confessioni, testimonianze, eccetera”. Supplizio... tormento... testimonianze...
 Ma, allora, una domanda viene spontanea: mettiamo che per assurdo ci siano dei PM dalle manette facili, che incarcerano indagati strappandoli alla loro vita quotidiana e ficcandoli nel supplizio ovvero nel tormento di una cella di prigione per ottenere più facilmente confessioni e ammissioni e prove. Quelli, per caso, commetterebbeo un reato... di tortura? Ma no! Ma che c’entrano questi esempi surreali e inimmaginabili?  
 In questi giorni è morto in carcere a Uta, vicino a Cagliari, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, Salvatore Meloni, 74 anni, ostinato e solitario combattente per la repubblica indipendente dell’isola sarda di Malu Entu.
 È morto di fame, una tortura terribile.
 Lui, tra la commedia dell’arte e il melodramma, ha scelto assurdamente di pagare di persona per una battaglia tutta sua, impossibile e ignorata dai più. Una morte assurda come assurda è la tortura che lui stesso si è inflitto. Come assurda è la legge sulla tortura, tanto cara alla nostra sinistra radical-chic, che può mettere definitivamente in croce i poliziotti, secondo un antico vezzo che già Pasolini nei suoi Scritti Corsari del 1969 ebbe a denunciare. Ora, a quarantotto anni di distanza, il sogno degli ex pupi radical chic può farsi realtà.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
caricamento in corso...
caricamento in corso...