I numeri Bce: l'immigrazione legata a ripresa e pil. Nodo donne

22 settembre 2017 ore 10:52, Luca Lippi
Mario Draghi tra i numeri parla anche i immigrazione, di inflazione e donne sempre più presenti nel mercato del lavoro. C’è stata la diffusione del bollettino di settembre della Bce, un bollettino solo in apparenza tradizionalmente ‘interlocutorio’. La girandola dei dati (numeri) sciorinati dagli uffici studi dell’Eurotower parlano piuttosto chiaramente, il problema emerge nel momento in cui i tecnici offrono l’interpretazione di questi dati e il rischio che la ‘tecnica’ scivoli lentamente verso la ‘politica’ è piuttosto elevato, anche se non grave.
La questione che terrà banco nei prossimi giorni continuerà a essere quella sulla valutazione dei migranti e sulla valutazione qualitativa del fenomeno migratorio. Per la Bce non è vero che gli stranieri ci rubano il lavoro e questa è la verione ‘pro’, ma poi ci sarebbe anche la versione ‘contro’ che emerge dal fatto che, sempre per la Bce,  “l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo”, tuttavia non menziona il costo di questo fenomeno che per l’Italia è di circa 4 miliardi di euro.
I numeri Bce: l'immigrazione legata a ripresa e pil. Nodo donne

I NUMERI
Nelle 120 pagine del bollettino della Bce si legge che la revisione del Pil di Eurolandia prevede nel 2017 al 2,2%, cui dovrebbe seguire un +1,8% l'anno prossimo e un +1,7 in quello successivo. La dinamica dell'inflazione resterà modesta: dal +1,5% di quest'anno si dovrebbe scendere al +1,2% nel 2018, ben lontani dall'obiettivo del 2% fissato dallo statuto. Per questo motivo la Bce ha concluso che “è necessario continuare a fornire un grado molto elevato di accomodamento monetario”. In ogni caso, sarà la riunione del 26 ottobre a decidere “riguardo alla calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo a fine anno”.
Un ulteriore rallentamento degli acquisti di titoli di Stato (già sceso da 80 a 60 miliardi di euro al mese) potrebbe produrre effetti negativi sulle economie dei Paesi ad alto debito come l'Italia. Altri rischi esogeni per l'area provengono, invece, dal mercato dei cambi ove il rafforzamento repentino dell'euro “è fonte di incertezza sull'andamento dell'inflazione”. Per Mario Draghi non sarà facile trovare un compromesso sul quantitative easing con la Germania che avrebbe già voluto terminarlo.

VERSIONE ‘PRO’ SUL TEMA IMMIGRAZIONE
Partendo dall’assioma che ‘non è vero che gli stranieri ci rubano il lavoro’, la Bce ha scritto: “La crescita dell’occupazione continua e per la prima volta supera il picco pre crisi del 2008”. Parallelamente, si osserva la crescita della partecipazione al mercato del lavoro. Traducendolo con una visone positiva, il significato potrebbe essere che ci sono sempre più persone occupabili grazie all’aumento dell’età pensionabile, dell’ingresso di molte più donne nel mercato del lavoro e pure al massiccio afflusso di giovani stranieri. In un’economia continentale che cresce a ritmi normali - 2,2% nel 2017, l’immigrazione straniera non produce particolari problemi occupazionali, anzi.
I salari medi europei, nel 2016, sono cresciuti del 3,6%. Non esattamente quel che racconta Matteo Salvini, par di capire. La percentuale di donne in età lavorativa con un’istruzione terziaria “è più elevata rispetto all’analoga percentuale fra gli uomini”. Un ruolo importante lo giocano i migranti, specie quelli dell’Est Europa. “Durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea”, quindi non quelli dei 'barconi'!
Altro tema, quello di usare il deficit per rilanciare la crescita. Si può crescere anche senza spendere ‘alla cieca’. Il rapporto deficit/pil dell’area euro è sceso dal 2,8 del 2013 all’1,5% del 2016 e a quanto dice la Bce, scenderà allo 0,9% nel 2019. Allo stesso modo, il rapporto debito/pil è passato dal 92,9% del 2014 all’89,1% del 2016 e dovrebbe scendere all’84,2% nel 2019. Il messaggio, dunque, sarebbe ‘austerità’. L’unico paese che continua a chiedere flessibilità è l’Italia, non sarà un caso (secondo quanto pensano i tecnici di Bruxelles) che l’Italia abbia la crescita meno significativa in Europa. 

VERSIONE CONTRO SUL TEMA IMMIGRAZIONE
Leggiamo dal bollettino della Bce: “Nell’area dell’euro nel suo complesso durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea. A sua volta ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia, ma anche in altre economie minori dell’area”.
Il nodo da sciogliere si nasconde in un latente malinteso interpretativo. Se è vero che ‘gli immigrati’ (quelli che lavorano alla ripresa) hanno dato un contributo è altrettanto vero che “l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo” solamente se si nasconde il costo finanziario, di oltre 4 miliardi di euro, sostenuto annualmente dal nostro Paese per fronteggiarlo, senza considerare i costi sociali che purtroppo incidono visibilemnte solo per la parte nota e non si riesce a valutare l’incidente della parte ‘clandestina’.
In questo caso, la Bce commette l’errore di scivolare nella politica, verso quella parte che obbliga culturalmente a pensare all’immigrazione come una risorsa a tutti i costi. Anche accettando ‘tutta’ l’immigrazione come una risorsa economica e lavorativa, ipotizzando che ‘tutti’ gli immigrati siano in gran parte qualificati e pronti a lavorare, allora bisognerebbe considerare anche che ci sono paesi nel mondo, soprattutto nel terzo mondo, che stanno perdendo delle risorse umane di valore inestimabile. Il pericolo nel medio termine è che si rafforzi la capacità produttiva di una parte di mercato a danno di un’ampia fetta di mercato che perde mano d’opera e quindi crescita. Si amplia la base produttiva da una parte a danno di un’ampia parte che impoverendo non sarà mai in grado di consumare il prodotto della parte produttiva. In questo modo si interrompe il cerchio del concetto di economia globale, a meno che no si voglia ammettere che c’è un mondo di serie A e un altro di serie B e che tutto debba rimanere così com’è. Ma allora da che parte sta l’Economia nell’era della globalizzazione!

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autore / Luca Lippi
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