Quale direzione per il futuro dell'economia italiana

31 ottobre 2017 ore 15:43, Luca Lippi
Il futuro prossimo dell’Italia dal punto di vista economico non sarà diverso da quello già visto da sei anni a questa parte. Non è affatto complicato tracciarlo, è piuttosto complesso e lungo da spiegare a chi non si occupa professionalmente di Scienza economica. È opportuno procedere per grandi linee e sintesi estreme in maniera tale da potere offrire un’immagine intellegibile della situazione. Il futuro è strettamente legato alle vicende del passato. 
Se è vero, come è vero, che l’economia è un fascio di numeri in movimento ‘composto’, è altrettanto vero che questi numeri si muovono come la sabbia in una clessidra. Se nessuno la stabilizza, i granelli saranno sempre quelli ma non misureranno correttamente il tempo, cioè non adempiranno alla loro naturale funzione.
Detto questo, la situazione allo stato dell’arte è la diretta conseguenza di uno sfaldamento dello stato sociale per far sì che questo riesca ad intersecarsi perfettamente con le logiche della Ue. Il problema è che il procedimento dovrebbe essere esattamente opposto.
Quale direzione per il futuro dell'economia italiana
La crisi, sin dal principio, è stata gestita con maniacale precisione. L’austerità è stato lo specchietto per le allodole, mentre tutti hanno contribuito a creare il mostro le elites dell’affare Ue e della globalizzazione hanno guadagnato il premio della delocalizzazione delle proprie aziende (editoria compresa). In sostanza, il premio di tanta profusione di energia è stato quello di andare a pagare le tasse all’estero, oltre a pagare meno i dipendenti (Job Act etc.), contestualmente speculando in borsa il vantaggio patrimoniale offertogli. Il risultato finale è che nel gettito (fiscale) si è creato un buco di tali dimensioni da rendere necessario individuare immediatamente il soggetto deputato a colmarlo, nella fattispecie gli italiani, alias, la gente.

Ora l’austerità colpisce trasversalmente sia le aziende sia le elites che l’hanno foraggiata; inoltre aggredisce  il privato cittadino. Tuttavia c’è un problema, l’austerità è necessaria per salvaguardare l’euro. Considerato che le elites hanno fatto affari d’oro in euro, convergendo ogni sforzo su una moneta più stabile della vecchia lira, devono accettare il rigore di Bruxelles e Berlino per mantenere stabile l'euro. 
Attenzione a questo passaggio: il rigore della Ue ci porterà inevitabilmente alla rovina, ma è una rovina che riguarderà esclusivamente gli italiani rimasti a cercare le verità, non certo gli italiani che hanno delocalizzato e che in modo diretto o indiretto sono alla guida della macchina statale.
Risultato finale? Qui i numeri non possiamo evitarli. Analizzando per sommi capi le manovre finanziarie dal 2011 in poi, tenendo in considerazione soltanto i saldi delle manovre correttive, siamo a circa 200 miliardi di maggiori tasse per l'intero 2017.
Se è vero che la manovra finanziaria del 2017 è la più bassa di tutte quelle che l’hanno preceduta dal 2011, è altrettanto vero che dopo le elezioni del 2018 arriverà il colpo ai reni del Fiscal Compact (di cui nessuno parla). Nessuna formazione politica, in campo per contendersi la guida del Parlamento per i prossimi 5 anni, ha aperto una sfida a viso aperto sulla questione Fiscal Compact, sia verso Bruxelles sia in termini di minaccia per l’euro! 
Che le tasse siano aumentate, contro ogni leggenda narrata sempre trasversalmente, lo dimostrano le parole stesse del governo. Se  nei primi 8 mesi del 2017 le entrate tributarie sono aumentate del 2.6% e preso atto che l’economia del Paese non è aumentata del 2.6%, ciò significa che le tasse sono aumentate.
Berlusconi poco prima dei famosi fatti del 2011 presentò una proposta che prevedeva, in considerazione di una percentuale di evasione fiscale maggiore che nel resto d’Europa, che il deficit di bilancio dovesse essere riferito sia all’economia ufficiale che a quella sommersa. In questo modo si poteva avere un più corretto rapporto deficit statale/PIL su cui incidono i parametri di Maastricht che regolano l’austerità in sede EU.
La tassazione italiana media è di circa il 43%, il dato è piuttosto stabile dal 2009, e si riferisce all’economia effettiva più quella sommersa. Considerando che l’economia sommersa non paga tasse, la reale pressione fiscale è drasticamente aumentata dal 2010. L’’introduzione dell’economia sommersa nel calcolo del PIL è datata 2014 (leggi qui), quindi l’Italia è a livelli di pressione fiscale prossimi al 50%, per le aziende al 65%. Questo è il motivo per cui dopo 6 anni di rincorsa a cercare di pareggiare il bilancio a colpi di austerità, il bilancio è esploso letteralmente, i salari sono crollati e i prestiti concessi dalle banche disintegrati fino a far fallire alcune banche.
Detto tutto questo, siamo così convinti che una manovra da 20 miliardi possa risolvere il problema della crisi economica nei prossimi anni?

#Economia #Futuro #FiscalCompact
autore / Luca Lippi
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