Elezioni, perché le campagne elettorali non hanno più senso

01 giugno 2017 ore 14:18, Luca Lippi
Le campagne elettorali non hanno più alcun senso. Le circostanze e il pensiero unico, hanno allontanato i partiti dall’elettore, una distanza talmente importante (e ricercata) da rendere le loro differenze insignificanti. 
Nella maggior parte dei casi c’è solo un ‘meno peggio’. Tra gli elettori c’è chi ha votato quasi sempre, ma la realtà è che l’elettore ormai reagisce a un mantra di tutte le campagne elettorali che (in assenza di argomenti), sconta l’inutilità di fare campagna elettorale e quindi catalizza l'attenzione dei partiti a scuotere gli elettori nell’ormai consueto e fastidiosissimo atto d’accusa nei confronti delle persone che decidono di astenersi dal voto. 
La necessità di votare, sempre, affonda le radici nella capacità di chi fa campagna elettorale di argomentare qualcosa e soprattutto qualcosa di diverso, possibilmente che sia avvicini il più possibile ad essere la risposta all’esigenza dell’elettore. 
In assenza di questo,  il ‘detto’ che bisogna votare sempre si sta riducendo a una cantilena da perbenisti che aumentano perché dall’altra parte non c’è più nessuno che ritiene legittime le poltrone, a fronte di promesse disattese.
E allora le campagne elettorali non hanno più bisogno di contenuti, sono semplicemente un tentativo per catalizzare l’attenzione mediatica di chi proprio non ci tiene a votare una politica che si è progressivamente allontanata dal ‘popolo’. 
Per questo motivo si cerca solo di catturare l’attenzione degli astensionisti per fare la differenza in termini di numeri e di seggi.
Nella storia italiana le elezioni dove l’affluenza è salita sono state quelle dove la campagna elettorale è stata estremamente negativa; dove c’è stato più scontro e si è alimentata soltanto la paura dell’avversario. Del resto è chiaro che più ci si sente in emergenza, in pericolo, più si è portati a votare: non è un caso che, nelle grandi democrazie occidentali, dove si vive relativamente bene, le istituzioni sono forti (e un cambio di maggioranza non è questione di vita o di morte, ma un fatto normale, fisiologico), l’affluenza sia costantemente calata negli ultimi quarant’anni. 
Con la nuova legge elettorale, alla tedesca, si vuole dare il colpo di grazia all’ignavia dell’italiano (che è quasi pari all’ignavia della classe politica). In pratica, blindando un sistema nel quale a governare saranno i due schieramenti più consistenti, in genere percepiti come l’uno in opposizione all’altro, ma di fatto trainati dalla medesima matrice filosofica e probabilmente con obiettivi comuni (altrimenti non esisterebbe il compromesso). E, nel tempo il destino sarà quello di vederli governare in tandem a lungo, come un tempo la Dc che all’interno aveva anime diverse, anche molto diverse, ma sotto lo stesso ‘scudo’. 
Quello che cambia è la soglia di sbarramento al 5% che riduce notevolmente la possibilità di creare un’opposizione parlamentare vera, attenta e costruttiva. Ecco che le opposizioni diventano eventualmente i poteri forti. A questi però si oppongono altri poteri forti, e allora la politica si svuota definitivamente.
Ma chi sono gli elettori del nuovo secolo?  

Chi vota senza sapere - Non c’è dubbio che astenendosi si delega agli altri elettori. Questa, in alcuni casi, è una scelta sensata: per persone che non seguono la politica, non conoscono gli schieramenti e i programmi, i candidati e le idee in campo, quella dell’astensione è semplicemente una scelta di onestà. Possiamo decidere che sbaglino a non sapere cosa succede nel loro Paese, ma dal momento che le cose stanno così perché dovrebbero esprimere un voto, che vale quanto quello delle persone più consapevoli e informate, su un argomento di cui non hanno alcuna competenza? Fa ridere, poi, che a criticare gli astensionisti siano spesso le stesse persone che si lamentano dell’ignoranza degli elettori di altri partiti. Nei fatti, il potenziale elettore che al bar dice sempre “i politici rubano tutti” forse è meglio che non voti.

Chi vota per convenienza - Ci sono poi due grandi categorie di persone che votano con una certa consapevolezza: chi vota per convenienza e chi vota per ideologia, e infiniti intrecci delle due cose. I primi votano un partito perché pensano che le istanze portate avanti siano più convenienti per loro: meno tasse, più difesa di una certa categoria, più diritti a questa o quella minoranza. Il colmo è che votare non è un’operazione conveniente (è un paradosso abbastanza noto): qualunque sia lo sforzo profuso, in termini di convenienza non ne vale la pena. Non parlo di fare campagna elettorale o allestire banchetti, ma anche il solo prendere la macchina o perdere mezzora del proprio tempo ha meno efficacia, ‘costa di più’, dell’importanza che ha il proprio minuscolo voto su diverse decine di milioni nell’avanzare questa o quella politica.

Chi vota per ideologia - Tutti hanno le loro idee e pensano che siano le migliori. Tuttavia, anche chi vota per ideologia dovrebbe tenere presente l’irrilevanza che l’operazione ha a livello macroscopico: verosimilmente, nel corso della vita di ognuno, il voto non deciderà mai, neppure una volta, un’elezione. In realtà uno dei motivi per i quali si deve andare a votare è, candidamente, narcisista: mi piace seguire le elezioni, mi piacerebbe vedere dei dibattiti (fatti davvero), mi piace il giorno delle elezioni, mi piace andare nel seggio e sorridere allo scrutatore, mi piace la suspense delle ore successive, mi piace seguire i risultati, mi piace sentirmi importante.

“Se tutti facessero così” - È chiaro che se tanti facessero così, le cose cambierebbero: al diminuire dei votanti aumenta l’importanza del loro voto. In realtà, poi, pochi fanno così: l’Italia è una delle democrazie con l’affluenza elettorale più alta (in alcuni posti è metà della nostra), e non diremmo che questo ci renda un Paese più civile.

Votare è un messaggio positivo - L’argomento per il voto come necessità è quindi opinabile, l’importanza che ciascuno di noi dà al proprio singolo voto è una questione culturale, che ci è stata insegnata e che abbiamo recepito senza domandarcene il perché. Magari pensiamo che una società che insegna questa bugia sia una società migliore, ma certamente non corrisponde alla realtà.

Il meno peggio - Anche trascurando le considerazioni precedenti e volendo assumere l’importanza del proprio voto rispetto ai grandi numeri, l’argomento di chi sostiene la necessità del voto sempre e comunque è tortuoso. L’argomento è molto simile a quello sul voto utile: bisogna votare il meno peggio, perché c’è sempre una scelta migliore fra due opzioni e ciò che conta è l’influenza che il proprio voto ha. Questa considerazione sottovaluta proprio la scarsa influenza sulla politica che si ha votando così. Non c’è dubbio che chi vota per ‘partito preso’ non influenzerà mai le decisioni del partito in questione: votando qualunque cosa si faccia, un partito potrà spostarsi politicamente, cambiare dna, trascurando completamente le idee del singolo (quelle che motivavano il suo voto).
Tutto questo la politica lo sa benissimo, e quindi non solo non fa politica, ma neanche ritiene conveniente far votare. Dal 2013 a oggi si sono alternati tre governi e nessuno ha chiamato alle urne gli italiani. Dopo le dimissioni di Berlusconi gli italiani si sono visti stravolgere lo status quo, in alcuni casi depauperare famiglie e imprese intere. Uno sconvolgimento di vite senza precedenti, per fare questo è stato necessario non chiedere il consenso elettorale. E allora , se ora ci chiedono di esprimere la nostra scelta valutando quanto accaduto fino a ora, allora significa che il nostro voto, qualunque esso sia non avrà alcun impatto sulle scelte del prossimo esecutivo, se non la medaglia di ‘democraticamente eletto’.

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