Per Renzi la vittoria è la sconfitta dei populismi. Le larghe intese di domani

12 giugno 2017 ore 15:51, Luca Lippi
Matteo Renzi continua a stare lontano dai riflettori delle elezioni comunali anche dopo lo spoglio. Si limita a esprimere una valutazione piuttosto condivisibile, per motivi piuttosto evidenti, riguardo i ‘populismi’ (anche se Lampedusa direbbe il contrario). "I populisti alla prova di governo deludono in Italia come in Francia" dice Matteo Renzi dalla roccaforte del Nazareno; paragone piuttosto audace per la diversa natura delle due consultazioni e poi anche per l’astensionismo record riscontrato in Francia dove trionfa Macron per assenza di avversari (la strategia del gate keeper, l’amico dei mercati, è perfettamente riuscita!). Il risultato più clamoroso di questa tornata di consultazioni comunali ha messo in evidenza la debolezza (in parte) del M5S che in apparenza sembra piuttosto sovrastimato (la considerazione merita più di qualche riserva perché nella sostanza il campione di riferimento è piuttosto limitato). La sfida nel 2018 non sarà più a due, tra Pd e M5S, ma a tre con un centrodestra che, osserva il leader dem con i suoi, "se unito è un pericolo".
Per Renzi la vittoria è la sconfitta dei populismi. Le larghe intese di domani
Il Pd non si aspettava grandi exploit alle amministrative, motivo per cui i big si sono tenuti lontani dalla campagna elettorale e Renzi non è nemmeno sceso in campo. Essere al ballottaggio a Genova, la città di Grillo, viene considerato un buon risultato così come il fatto che all'Aquila Americo Di Benedetto, pur non vincendo al primo turno, raggiunge il 45%. Ma per capire se il centrosinistra regge, spiegano al Nazareno, dipenderà da Taranto, Verona, Catanzaro.
Ci sarà da lavorare in vista delle elezioni politiche sia per rilanciare il Pd sia per costruire un'alleanza competitiva che il segretario immagina molto aperta, da spezzoni di centristi come i ministri Costa e Galletti alla sinistra che, come Pisapia, non vede Renzi come fumo negli occhi. Perchè se è vero che "i grillini quando devono decidere o vanno al governo deludono e un anno dopo le vittorie di Torino e Roma i cittadini l'hanno capito", è l'analisi di Renzi, l'esito nelle principali città e al nord rivelano che il centrodestra unito, con Fi e Lega insieme, è tornato a percentuali alte. "Dividere Berlusconi e Salvini era stato intelligente", osserva l'ex premier che a questo punto è ancora più convinto che non ci sia più fretta per andare al voto.

Niente fretta per votare, ma con quale legge elettorale? 
Alcune necessarie considerazioni; se non si riesce a fare la legge elettorale per votare in autunno, il Pd dovrà varare (da solo) una manovra da 15/20 miliardi di euro. Il che significa che alle elezioni di marzo il Pd rischia di prendere una sonora batosta, magari ridando fiato ai 5 stelle che al momento sembrano piuttosto confusi.
La scialuppa di salvataggio potrebbe arrivare da un atto di clemenza della Ue, che potrebbe concedere più tempo per disinnescare le clausole di salvaguardia, differendole (tutte o in parte) all'anno successivo. Non a caso Padoan si è già attivato per chiedere il differimento di 9 miliardi di euro. E' possibile che la manovra correttiva da 3.4 miliardi approvata di recente, sia strumentale proprio ad ottenere il differimento delle clausole di salvaguardia. Come dire: "noi vi facciamo la manovrina (3.4 mld) però voi (la Ue) lasciate perdere la manovrona (15/20 mld), dato che abbiamo le elezioni politiche e non possiamo permetterci di deteriorare il consenso politico". Anche perché, se cosi non fosse, i 5 stelle rischierebbero davvero di vincere le elezioni di marzo nonostante la debolezza manifestata alle comunali. Cosa che la Ue (e la Bce) ovviamente non desidera.
Nel caso si riuscisse a votare in autunno con una nuova legge elettorale, il discorso sarebbe diverso e per certi versi ancor più articolato. 
In primis, il nuovo governo (quale non si sa) dovrebbe avere il tempo per varare l'aggiornamento al Def (scade ad ottobre, a meno che non lo faccia Gentiloni) e poi dovrebbe fare la legge di stabilità per l'anno 2018 (scade a dicembre). I tempi sono assai stretti e il fatto che si stia lavorando per una legge elettorale che, almeno nel contesto politico italiano, non restituirà una maggioranza idonea a governare da sola, complica il quadro e lascia aperti possibili (e imprevedibili) scenari.
La cosa abbastanza scontata è che il partito che otterrà la maggioranza relativa, per forza di cose, dovrà fare alleanze con altri partiti. Il che significa che comunque verrà attenuata l'azione riformatrice del governo. A meno che non vada a votare col consultellum, ma per questo bisognerà scongiurare ogni pericolo che il M5S abbia ancora energia per risalire la china. Il passo immediatamente successivo sarà quello di mettere alla guida del governo non più i blasonati candidati delle formazioni centriste (una pendente a destra e l’altra pendente a sinistra ma uniti sotto una coalizione di opportunità alla ‘En Marche’) con la punta di diamante rappresentata da Prodi o da Draghi.

In conclusione – bisogna aspettare i ballottaggi, col favore dell’estate, durante la quale i populisti non avranno palchi televisivi da cui vaticinare, il Pd e Fi necessariamente dovranno scendere a patti per sbaragliare il campo e impostare un governo duraturo e credibile. La necessità non sarà quella di contrattare con la Ue, ma semplicemente quella di avere un occhio bendato da parte della Ue che non vede più in Italia alcun pericolo di sovversioni, poi comunque i nodi verranno al pettine ma povero a chi ci capiterà!

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autore / Luca Lippi
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