Che fine ha fatto Mike Tyson?

14 aprile 2017 ore 11:13, intelligo
Difficile credere che da ragazzino era timido e introverso, allevava piccioni e parlava praticamente solo con il suo cane Killer. Eppure sembra proprio una di quelle scenografie hollywoodiane per la prossima pellicola candidata all’Oscar, con il bambino povero di quartiere disagiato, meglio se di colore, con una vita che sembra un binario diretto verso la galera, e che improvvisamente tutto cambia, e il giovinetto scopre uno sport e con esso la strada per il riscatto, il successo, la felicità, il tutto ovviamente tra mille peripezie e avversità. Beh, nel caso di Mike Tyson non è proprio così che è andata, ma quasi, se si esclude quel lieto fine che la realtà solo in parte ha lasciato che si avverasse.
Comunque, nel nostro caso, la trama è questa. Michael Gerard Tyson nasce a Brooklyn il 30 giugno del 1966 sotto il segno del Cancro.  Introverso, timido, silenzioso, fatica a fare amicizia, e sta bene solo in compagnia del suo cane. La famiglia non l’aiuta. 

Che fine ha fatto Mike Tyson?
Sua madre, Lorna Smith, ex insegnante, ha avuto un marito, Percel Tyson,
con cui però si è ben presto separata di fatto. Ha poi conosciuto Jimmy Krikpatrick, con cui ha messo al mondo tre figli senza mai ufficializzare quell’unione. Il più piccolo dei tre si chiama Michael e, come gli altri due, prende il cognome Tyson visto che sua madre non ha mai divorziato e che il suo vero padre, Kirkpatrick,  non se ne fa un problema, anzi. L’uomo per un po’ mantiene la famiglia ma poi, a seguito di problemi cardiaci, pensa bene di sparire lasciando Lorna a cavarsela da sola. Lei non ci riesce, Lascia la casa di Brooklyn che non si può permettere e si trasferisce in un ghetto malfamato, Bedford-Stuyvesant a Brownsville. Poi, come se non bastasse, affoga le sue disgrazie nell’alcol, lasciando i figli in balia di se stessi.
Ecco,  è questa la realtà dell’infanzia di Michael, che è basso per la sua età, ma ha un corpo poderoso. Un ragazzino brutto, tozzo, povero, che tutti deridono, vittima di bullismo, scopre di avere nella violenza un’alleata. Succede quando è chiamato  a difendere la sorella da altri ragazzini. Ben presto in tutto i quartiere la forza e la potenza dei pugni dell’undicenne Mike comincia a diventare una sorta di leggenda metropolitana.  E lui, per primo, inizia a prendere in considerazione l’idea di diventare un pugile. Attacca sulla parete di camera sua un poster di Joe Frazier e smette di andare a scuola, ma l’unico risultato che ottiene è quello di ritrovarsi in una baby gang di quelle che imperversano nel suo quartiere, finendo per fare dentro e fuori dal centro di detenzione minorile di Spofford. Durante una delle detenzioni incontra anche il suo mito, il peso massimo più forte di sempre, Muhammad Alì, meglio noto come Cassius Clay, in visita un giorno ai ragazzi del riformatorio.  Per Michael una vera e propria apparizione e di nuovo gli torna la determinazione di diventare un pugile.
A 12 anni Tyson ha già collezionato una decina di arresti, conosciuto vari riformatori, ed è cresciuto più forte di un toro. Durante l’ultima detenzione, nella palestra del riformatorio comincia ad allenarsi senza soluzione di continuità. Per farlo smettere di dare pugni al sacco, la sera spesso devono costringerlo.  Un ex pugile professionista, ora secondino, non può fare a meno di notarlo. Lo prende a cuore e lo presenta a Cus D’Amato, allenatore celebre per aver cresciuto grandi campioni come Floyd Patterson e José Torres. Tyson viene da prima allenato da Ted  Atlas, che però a un certo punto lo molla non sopportando il suo modo strafottente di fare. Del resto Mike è irrequieto, assolutamente refrattario alle regole, violento e arrogante quanto basta per infilarsi spesso e volentieri nei guai. Ciononostante e contro le regole stesse della palestra, a Tyson viene perdonata quasi ogni cosa perché Cus ha visto il ragazzo e ne ha già comprese le incredibili potenzialità. Di lui Atlas dirà: “Chiunque pensi che Mike non sapesse boxare o non avesse tecnica probabilmente non è mai entrato in una palestra. Voglio dire, Cus gli insegnò ogni trucchetto possibile, poteva schivare con il busto, mandarti a vuoto, era il paradigma dello swarmer, un maestro nell'arte della combinazione 'gancio al corpo - montante', implacabile nelle serie al corpo, una versione raffinata degli ultimi Dempsey e Frazier.” Per questo, e per cercare di controllarlo, dopo che Michael ebbe compiuto i 14 anni, Cus D’Amato decide di accoglierlo nella sua casa di Catskill nello stato di New York, salvandolo così dal riformatorio. Due anni dopo, nel 1982, D'Amato adotta Tyson legalmente, dopo che la madre di Mike muore di cancro, facendogli da padre e guida negli anni futuri. E nel 1985, anno del debutto professionistico del ragazzo, comincia a raccogliere i frutti della sua scommessa, con 15 vittorie di Mike tutte per knock-out in altrettanti incontri.  Poi quando le vittorie sono arrivate già a 27 ecco l’incontro con Trevor Berbick, il giamaicano che nel 1981 aveva chiuso la carriera di Muhammad Ali battendolo ai punti. E’ il campionato mondiale, e Tyson se lo assicura in meno di 2 riprese: ha 20 anni compiuti da 4 mesi e diventa così il più giovane campione mondiale dei massimi di sempre.
Nei tre anni che seguono, Mike Tyson rimette in palio la corona per ben 10 volte, e sono 10 successi con avversari spesso di tutto rispetto come James Smith, Pinklon Thomas, Tyrell Biggs, Larry Holmes e Michael Spinks. Nel 1988, poi, il famosissimo Don King diventa il nuovo manager di Mike, e da quel momento inizia il declino del campione, forse dovuto alla strategia di King che lo fa combattere e quindi allenare troppo poco. Dopo altre 2 difese vittoriose del titolo, Tyson viene sconfitto da Jame Buster Douglas, in un incontro a Tokyo senza che non vi siano molte polemiche riguardo all’atteggiamento dell’arbitro che per molti favorì lo sfidante. In ogni caso, Il tentativo di rincorsa al titolo da parte di Mike Tyson riparte  immediatamente, con 4 vittorie nel 1990-1991, le ultime 2 contro Donovan Ruddock. Ma nel 1992 qualcos’altro si frappose tra Mike e il successo sul ring. Il famoso pugile venne accusato di stupro da una reginetta di bellezza, Desiree Washington, conosciuta durante un party e che lo aveva seguito nella stanza d’albergo per un ultimo drink. Alla fine, più per i suoi trascorsi che per le prove presentate dalla Washington a sostegno della violenza subita, Mike è condannato a 10 anni di reclusione, 4 dei quali con pena sospesa. Durante gli anni in prigione, come Cassius Clay prima di lui, si converte all'Islam.  Appena tornato in libertà, Mike riprende ad allenarsi e nel 1996 sfida Evander Holyfield che però lo batte e lo costringe ad un K.O. tecnico all’undicesima ripresa.  La rivincita, l’anno successivo, vede la squalifica di Mike Tyson per aver morso a sangue l’orecchio dell’avversario durante la terza ripresa dell’incontro.  Dopo di allora, la vita e la carriera di quello che era stato soprannominato “Iron Mike”, vide più ombre che lui. Ci furono altri arresti, trattamenti psichiatrici obbligatori, uso di droghe e un terribile dissesto finanziario che lo portò a intraprendere anche lavori inadatti che gli permettessero di guadagnare denaro. 
Anni lunghi e davvero bui, che raggiunsero l’apice il 26 maggio del 2009 quando Mike Tyson perse la figlia di 4 anni, Exodus, per un banale incidente domestico. Quella disgrazia davvero drammatica che lo gettò nel più cupo sconforto, gli ha permesso però anche una sorta di riscatto. Da allora Mike ha smesso con le sue intemperanze e intrapreso una dieta vegana che gli ha permesso di perdere 80 kg dei 160 messi su nel periodo degli stravizi. Nel 2013 ha poi presentato la sua autobiografia: “True. La mia storia”. In un brano ha raccontato: “Ero sotto l'effetto della cocaina durante gli ultimi incontri più importanti. Agli esami del doping avevo sotto i pantaloncini un pene finto con la pipì fatta da un mio amico. Usavo quella per riempire le boccette degli esami ed è sempre andata bene. Sono 90 giorni che non sto toccando nulla. Ho iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi che mi stanno aiutando. Sto soffrendo ma ho ritrovato mia moglie Kiki al mio fianco. Voglio continuare a vivere la boxe come promoter, a occuparmi di spettacolo e cinema. Non ho mai abusato di Desiree Washington, le conseguenze della sua azione sono una cosa con la quale dovrà convivere per il resto della sua vita”.  Con tutto il cuore auguriamo a questo grande campione che il suo riscatto sia per sempre.

di Anna Paratore

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