Tutto quello che non dicono sulle privatizzazioni dopo il sì di Padoan

16 febbraio 2017 ore 10:35, Luca Lippi
Bankitalia nel suo rapporto mensile notifica un nuovo record del debito pubblico, arrivato a 2.217 miliardi di euro a fine 2016. Immediatamente dal Ministero dell’Economia, il ministro Padoan coglie l’occasione per rilanciare il mantra delle privatizzazioni. Queste non sono ben viste da tutti, soprattutto da un’ampia platea del Pd, ma Padoan risponde loro: “Le privatizzazioni fin qui fatte e quelle che faremo non tolgono lo Stato dal posto di guida, lo mantengono là con più strumenti a sua disposizione. Gli obiettivi strategici che lo Stato affida alle sue partecipate come Enav, Poste o, nel passato ad Eni e Enel, rimangono pienamente operativi. I timori rispetto a questo tema sono idee semplicemente sbagliate”.
L’Ocse ha ribadito che l’economia italiana è in ripresa, tuttavia l’attività è assai debole e la produttività continua a diminuire. A questo punto emergono diversi interrogativi: perché le stime del Pil sono in aumento? E se il Pil è in aumento, perché bisogna privatizzare per ridurre il debito? Ultima domanda, ma non ultima, con le privatizzazioni che sono state fatte a tappeto negli anni precedenti, perché il debito non è diminuito e continua a salire?
Le domande sembrano scollegate, ma la risposta è una sola per tutte quante. Andando con ordine basta seguire un semplice ragionamento per comprendere una dinamica che ineluttabilmente fa capire che il senso vero delle privatizzazioni e il totale scollegamento dalla dinamica di riduzione del debito.

IL PIL
In Italia il Pil è formato (a oggi) per almeno il 50% dalla spesa delle pubbliche amministrazioni, per un 25% circa dai settori produttivi (agricoltura e pesca, manifatturiero in senso stretto, edilizia). Il restante sono i servizi (alberghi, commercio, comunicazioni, professioni, ecc).
Da questo si capisce il motivo per cui il Pil cresce,  a crescere è soprattutto la spesa delle pubbliche amministrazioni. Cresce cioè la spesa che viene finanziata prevalentemente con le tasse gravanti sui servizi e sulle attività produttive e, quando ciò non basta, con il debito pubblico (a deficit). E allora si capisce anche perché le famiglie non percepiscono il miglioramento. Perché concretamente il Pil generato dai settori produttivi è fermo al palo da almeno il 2008! In questo modo il Pil non indica affatto crescita, i servizi latitano e le tasse sono dirottate vesro destinazioni diverse da quelle preposte.
In Economia ci sono delle regole che non possono mai essere ignorate. Per il benessere ed il futuro di un Paese non è la stessa cosa se a crescere è la sua base produttiva o le attività improduttive. È la prima che finanzia la seconda, operando sui mercati, e non viceversa.

Tutto quello che non dicono sulle privatizzazioni dopo il sì di Padoan

LE PRIVATIZZAZIONI
Un preambolo determinante per comprendere chiaramente la dinamica. L’Euro è una moneta che costringe tutti gli Stati dell’Eurozona ad andarsi a cercare la moneta. Come? In due modi:
-  tassando i cittadini, quindi aumentando tasse e imposte, tagliando le voci di spesa pubblica più sensibili (es. sanità, scuola, università, pensioni, giustizia etc…), introducendo sistemi giacobini di accertamento fiscale (es. redditometro, spesometro, controllo sui c/c, limite di utilizzo del denaro contante a 999,00 euro etc) e così via…;
-  prendendo in prestito la moneta dai mercati dei capitali privati (es. banche private), ai quali va restituita con gli interessi che vengono fissati sulla base della potenziale affidabilità di ciascuno Stato. E come fa lo Stato a reperire la moneta che deve restituire ai mercati dei capitali privati che gliel’hanno prestata? Semplice: se la va a prendere dai cittadini come spiegato pocanzi.
In sostanza, se prima dell’avvento dell’Ue e dell’Euro gli Stati nazionali potevano liberamente disporre (teoricamente in misura illimitata) della propria moneta per far fronte non solo al pagamento del debito pubblico, ma anche e soprattutto per risolvere tutti i problemi socio-economici dei propri cittadini (come ad esempio creare piena occupazione), oggi gli Stati che hanno aderito all’Euro sono soggetti a coloro che la moneta gliela devono prestare (i mercati dei capitali privati).
Per fare un esempio, prima dell’euro in Itlaia funzionava così: Bankitalia stampava autonomamente Lire acquistando tutto il debito pubblico, senza andare a prendere la moneta dai cittadini. Le tasse, negli Stati a sovranità monetaria, non servono affatto a pagare gli ospedali, gli stipendi dei dipendenti pubblici o le pensioni, bensì solo a non creare altro debito pubblico. 
In linguaggio tecnico si dice che la Banca Centrale di uno Stato a sovranità monetaria funge da prestatrice di ultima istanza, mentre in tutta l’Eurozona la predetta funzione non è affatto esercitata dalla Bce (che non è una vera Banca Centrale) bensì dai cittadini. Inoltre, l’Euro  (essendo stati fissati i tassi di cambio irrevocabili tra la moneta unica e le monete di ciascuno Stato aderente) impedisce a ciascuno Stato dell’Eurozona di far leva sulla svalutazione monetaria al fine di far crescere le esportazioni (che sono essenziali per la crescita dell’occupazione e quindi del Pil), con la conseguenza che per essere competitivi si è costretti a far leva sulla svalutazione del lavoro, quindi dei salari e della qualità occupazionale.
Fatta questa breve ma doverosa premessa, affriamo un altro esempio: andare alle poste, in tribunale o in ospedale, ci si rende conto che c’è sempre una fila insopportabile da dover fare perché lo Stato non può permettersi l’assunzione di nuovo personale (dobbiamo stare all’interno del parametro del 3% del rapporto deficit/PIL e dobbiamo assicurare il pareggio di bilancio), in sostanza l’utenza è tendenzialmente accompagnata verso l’esasperazione. A un certo punto la politica dice: “Basta con i disservizi! Basta con le file interminabili! E’ giunta l’ora di dare risposte concrete ai cittadini. Privatizziamo i servizi pubblici essenziali, con regolari bandi di gara, e rendiamo efficienti i servizi e comoda la vita di tutti i cittadini”. Il popolo esulta e vota.

I servizi pubblici essenziali (sanità, poste, trasporti, giustizia, luce, acqua etc…) sono servizi di cui il cittadino non può fare a meno, quindi deve necessariamente usufruirne. I privati che riusciranno a mettere le mani sui servizi pubblici essenziali, si garantiranno  (per sempre) il  guadagno, indipendentemente dalla situazione dell’economia reale e dello stato in cui versano i cittadini. 
Qualcuno parla di benessere derivante dalla ibera concorrenza, ma siccome gli imprenditori sono tali perché devono garantire guadagni ai loro azionisti, faranno finta di farsi concorrenza tra di loro mentre si metteranno d’accordo (cartelli) per il continuo e graduale aumento delle tariffe, con conseguente aumento dei loro guadagni.
Le privatizzazioni e le liberalizzazioni tenderanno esattamente in questa direzione. Perché sia garantita la competitività delle nostre merci rispetto a quelle prodotte all’estero (a beneficio delle esportazioni e quindi del Pil), non potendo gli Stati dell’Eurozona far leva sulla svalutazione monetaria fanno leva sulla svalutazione del lavoro, quindi dei salari e delle garanzie contrattuali. 

COME RISOLVERE SENZA PRIVATIZZARE
A spanne, l’unica ancora di salvezza sarebbe quella di abrogare (attraverso la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Costituzione) la norma costituzionale del pareggio di bilancio introdotta in Costituzione nel 2012. Basterebbe questo per rendere addirittura superfluo discutere sull’uscita dell’Italia dall’Euro. 

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autore / Luca Lippi
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