Riina, Riesame: no scarcerazione. Il boss non si pente

20 luglio 2017 ore 12:26, Luca Lippi
Il boss corleonese non merita il riesame che lo conferma al carcere duro nonostante le precarie condizioni di salute. Per i magistrati la pericolosità di Riina è ancora viva “appare ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa nostra” è provata dalla “inequivoca circostanza che è una persona lucida e vigile, palesemente informata sulle vicende che riguardano l’associazione e i collaboratori di giustizia coinvolti, interessata ai rapporti tra i propri congiunti e i rispettivi difensori, nonché ancora ferma nell’atteggiamento di disprezzo e delegittimazione dei collaboratori di giustizia”.
Il tutto emerge da una serie di intercettazioni dal carcere (detenuto ormai da 25 anni)
mentre parla del direttore del carcere in cui è detenuto, Totò Riina si tocca il petto indicando se stesso, e dice: “Un capo uguale a lui”. Subito dopo aggiunge: “In ogni famiglia, in ogni istituto… un capo ci deve essere”. Lui come il direttore della prigione, quindi. Queste frasi, intercettate nel febbraio scorso durante un colloquio con sua moglie Ninetta Bagarella, per i giudici del Tribunale di sorveglianza di Bologna sono la conferma del “ruolo apicale” che il boss corleonese conserva all’interno di Cosa nostra. E sono il motivo per cui lo hanno lasciato in galera, sebbene nel reparto ospedaliero che lo ospita da tempo, e ai rigori del ‘41 bis’.
Riina, Riesame: no scarcerazione. Il boss non si pente
NON SI PENTE
Sei mesi fa, Riina sembra rivendicare non soltanto lo status di capomafia, ma anche la sua integrità di uomo d’onore: “Io non mi pento… a me non mi piegheranno… Io non voglio chiedere niente a nessuno, mi posso fare anche tremila anni, no trent’anni…”. In un altro passaggio, rispetto a un’ipotetica collaborazione, spiega che non vuole dare nemmeno l’impressione di voler scendere a patti con le istituzioni: “Farmi avere dei permessi… mi disse di farmi portare in un altro posto… con la porta chiusa, con la porta aperta, ma che mi devono controllare… Cosa vogliono da me? Io sono Salvatore Riina e resterò nella storia di Salvatore Riina… questo è”.

IL DETENUTO E’ MENTALMENTE LUCIDO
Dai frammenti  delle intecettazioni i giudici rilevano capacità di intendere e di volere ma soprattutto di comandare; mantenendo quella carica che gli stessi mafiosi gli riconoscono. Del resto risale al gennaio 2015 l’intercettazione tra alcuni personaggi importanti di Cosa nostra che riferendosi a Riina e Provenzano dicevano: “Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno”. Provenzano è morto un anno fa, mentre Riina continua la sua vita da recluso, nonostante gli 86 anni e le gravi condizioni di salute, curato come meglio non si potrebbe: “Al detenuto vengono somministrate non solo cure e terapie di altissimo livello con estrema tempestività di intervento, ma anche, e soprattutto, viene prestata assistenza di tipo geriatrico con cadenza quotidiana ed estrema attenzione e rispetto della sua volontà” scrive il tribunale di sorveglianza di Bologna. Da qui la conclusione che la situazione di detenzione attuale e futura non viola il “diritto di morire dignitosamente”, laddove questo significa “morire in condizione di rispettabilità e decoro”, qualora questo dovesse accadere.

SEGUE COSTANTEMENTE I PENTITI
Nell’incontro con la moglie, Riina discute sul ruolo dei pentiti, in particolare di Giovanni Brusca, il killer che un tempo fu al suo servizio, e Ninetta gli dice: “Ma tu lo sai che quelli prendono soldi quando dicono queste cose?”. Riina risponde “certo”, e lei insiste: “Più se ne inventano e più sono pagati… perciò ci vivono tutti”. Poi parlano delle situazioni personali e processuali di Leoluca Bagarella (fratello di Ninetta) e di Gaetano Riina (fratello di Totò), e secondo i giudici “tutto il colloquio è caratterizzato da un continuo alternarsi di interventi volti a temperare le affermazioni appena rese da uno dei due, oppure a introdurre argomenti nuovi trancianti la discussione, o a ridimensionare la situazione”. Quasi fossero complici, oltre che marito e moglie.

E’ ANCORA PERICOLOSO
Per i magistrati “appare ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa nostra” è provata dalla “inequivoca circostanza che è una persona lucida e vigile, palesemente informata sulle vicende che riguardano l’associazione e i collaboratori di giustizia coinvolti, interessata ai rapporti tra i propri congiunti e i rispettivi difensori, nonché ancora ferma nell’atteggiamento di disprezzo e delegittimazione dei collaboratori di giustizia”.

IN CONCLUSIONE
Ancora “carcere duro” per Totò. Un provvedimento che oggi assume il sapore di una celebrazione parallela dell’eccidio delle stragi che hanno visto protagonisto Falcome e Borsellino e i loro angeli custodi.

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