Da Prodi a Berlusconi come l’Alitalia ha perso lentamente le ali

27 aprile 2017 ore 16:55, Luca Lippi
Alitalia oggi rischia di diventare un carrozzone incapace di volare, purtroppo l’epilogo della compagnia di bandiera ha un inizio preciso che troppi dimenticano o magari non vogliono ricordare. Viene da non troppo lontano, uno sciagurato 26 maggio 1988. Quel giorno nel comitato di presidenza dell'Iri, Romano Prodi, presidente, muove dure critiche a Umberto Nordio, il creatore dell'Alitalia moderna, una compagnia più forte di Air France e di Lufthansa. Il 7 luglio, il comitato stesso toglie la fiducia a Nordio. Il 18 luglio, quindi, di fronte al consiglio di amministrazione, Umberto Nordio si dimette, benché i 16 componenti del consiglio (compresi gli uomini Iri, eccetto Prodi) gli confermino la fiducia.
Gli succedono, come presidente, Carlo Verri, amministratore delegato e direttore generale del gruppo Zanussi, e, come amministratore delegato, Roberto Schisano, manager della Texas instrument. Verri durerà un mese, morto in un incidente stradale sull'autostrada Roma-Fiumicino. 
Nessuno dei due proviene dal settore aeronautico, come non vi proverranno molti successori a partire da Nanni Bisignani, fratello del più noto Luigi. Diversi dietrologi si misurarono nella spiegazione dei veri motivi dell'allontanamento di Nordio. Si disse di una particolare ostilità di Ciriaco De Mita nei suoi confronti a seguito dell'acquisto di numerosi DC9 Super80, della McDonnell Douglas (il costruttore di aeroplani che negli anni 70 aveva elargito cospicui tangenti a un misterioso ‘Antelope Kobler’, intermediario italiano). Ma tutto rimase a livello di pettegolezzi di corridoio. Ciò che rimane incontrovertibile è che l'ultimo bilancio Alitalia (dopo tanti altri di segno positivo) del periodo Nordio si chiuse con un utile, dopo le tasse, di 221 miliardi di lire.
Da Prodi a Berlusconi come l’Alitalia ha perso lentamente le ali
Ricordiamo che, dopo tanti cambi di management dovuti a Prodi e a Nobili, suo successore alla testa dell'Iri, non si ebbe più un segno positivo. Nel 1996 il passivo di bilancio fu di 1.300 miliardi di lire. Non c'è dubbio che l'innesto di manager senza esperienze specifiche nel settore aeronautico e il peso sempre più elevato dei partiti nelle politiche aziendali hanno condotto il vettore nazionale allo sfascio dell'ultimo decennio sino alla crisi di questi giorni. 
Il colpo di grazia lo avrebbe dato Berlusconi e la sua cordata:  nel 2008 Air France-Klm rispose a un’offerta elaborata dal ministro del Tesoro dell’epoca, Tommaso Padoa-Schioppa, offrendo un investimento sull’azienda pari a un miliardo di euro, l’accollo di tutti i debiti per un totale di un miliardo e mezzo e l’impegno a mantenere l’autonomia organizzativa della compagnia aerea, con le sue insegne. Il neo-nato Governo Berlusconi, in nome della difesa dell’italianità della nostra compagnia di bandiera, azzerò il lavoro di Padoa-Schioppa sbattendo la porta in faccia alla compagnia franco-olandese, primo vettore su scala mondiale. 
Forzò il decollo della nuova Alitalia gestita da una italianissima ‘cordata’ (formata da imprenditori dei quali nessuno aveva mai fatto volare un aereo), chiese al Parlamento di stanziare 800 milioni sostanzialmente a fondo perduto, nonché di garantirle il monopolio sulla tratta Milano-Roma, in modo che fossero i viaggiatori, con il sovrapprezzo sul biglietto, a tenere in vita la compagnia. Si può calcolare che fra mancati investimenti dall’estero, debiti non pagati dalla bad company ai creditori (quasi tutti italiani) e costo della respirazione bocca a bocca per tenere in vita la nuova compagnia, il rifiuto dell’offerta Air France-Klm abbia finito col costarci almeno quattro miliardi e mezzo.
Il voto del personale Alitalia ha orgoglio e dignità ma significa scegliere la morte dell'azienda e, con essa, la cessazione del lavoro che in essa veniva svolto. L'agonia non sarà breve e troverà il suo epilogo in prossimità delle elezioni: tutta acqua per l'orto grillino. 

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autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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