Psa acquista Opel: perché ai sindacati va bene il bicchiere 'mezzo pieno'

07 marzo 2017 ore 15:56, Luca Lippi
Gli operai francesi e quelli tedeschi si sono improvvisamente 'sedati' nonostante l'avversione alla fusione di Psa e Opel avvenuta in fretta e in gran segreto. Ma andiamo con ordine.
Psa, che già possiede i marchi Peugeot, Citroën e DS, compra Opel/Vauxhall per un totale di 2,2 miliardi di euro, superando così Renault come secondo costruttore europeo dietro a Volkswagen. È una svolta”, dice Tavares, che da tempo cercava l’occasione propizia per aumentare la taglia del gruppo in modo da sopportare gli investimenti necessari per ricerca e sviluppo e aumentare la competitività.
Sembra ieri quando Peugeot era praticamente fallita, salvata con i soldi dello Stato e dei cinesi di Dongfeng, co-azionisti alla pari con la famiglia Peugeot al 13%, in poco tempo il nuovo capo Carlos Tavares ha fatto il miracolo.

LA NUOVA PSA
Con l’acquisizione del marchio tedesco Opel e quello britannico Vauxhall (due nomi per gli stessi modelli), Psa passa da 3 a 4,3 veicoli l’anno, “con l’obiettivo di creare un campione europeo da 5 milioni di auto l’anno”, ha aggiunto Tavares. L’operazione sottolinea una tendenza in atto nell’industria automobilistica, e forse in tutta l’economia mondiale: si torna indietro, si de-globalizza. 
Il capo di Genaral Motors ha detto: “Restare in Europa ci avrebbe obbligato a importanti investimenti per rispettare le evoluzioni nella regolamentazione del mercato europeo (in particolare quanto a inquinamento e emissioni, ndr). Preferiamo concentrarci nel mercato dove siamo più forti, gli Stati Uniti”. Dopo 88 anni GM lascia il continente. Psa e GM si parlano a proposito di Opel/Vauxhall dal 2012, i negoziati sono ripresi in modo più operativo quattro mesi fa, e forse non è un caso che la chiusura dell’accordo arrivi mentre il nuovo presidente americano ripete lo slogan “America First” e alterna minacce a promesse pur di convincere le industrie nazionali a investire negli Stati Uniti.

Psa acquista Opel: perché ai sindacati va bene il bicchiere 'mezzo pieno'

SI DISEGNA UNA NUOVA STRATEGIA
Mary Barra, amministratore delegato di GM, parlando della difficoltà di armonizzare la produzione con i sempre più severi regolamenti europei, prefigura un nuovo cambiamento di epoca: se fino agli anni Settanta i modelli americani e quelli europei erano totalmente diversi e incompatibili con qualche rara e vistosa eccezione (il maggiolino Volkswagen, per esempio), si è aperta poi una fase in cui i due mercati si sono avvicinati. Oggi i due mondi si allontanano di nuovo, troppo costoso produrre modelli che vadano bene ovunque. GM si concentra sull’America, PSA sull’Europa. E in caso di Brexit «dura», Vauxhall garantirà una presenza senza dazi anche in Gran Bretagna.

MARCHIONNE NON STA A GUARDARE
Adesso che l’operazione tra Psa e GM si è chiusa, Sergio Marchionne con i suoi 4,8 milioni di veicoli prodotti all’anno potrebbe tornare a bussare al Renaissance Center, quartier generale di GM a Detroit, per chiedere a Mary Barra di sedersi ad un tavolo per dare vita a quello che diventerebbe il primo gruppo automobilistico mondiale. Le trattative nel 2015 erano fallite, ma adesso tutto è diverso e già nelle scorse settimane, quando era circolata la voce di un passaggio di Opel a PSA, il titolo di FCA era volato in Borsa. Per gli analisti, infatti, “la fusione tra FCA e GM torna a essere fattibile in quanto senza gli asset europei non ci sono più sovrapposizioni di business”.

CHE FINE HANNO FATTO I PROBLEMI CON LE PARTI SOCIALI
Il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG Metall Èil giorno prima di San Valentino era già sul piede di guerra, dichiarava:se la notizia dell’acquisizione fosse vera, sarebbe una violazione senza precedenti del principio di co-determinazione dei diritti, tedeschi ed europei”. 
Ma Tavares, (proiettato ad avere anche aspirazioni poltiche?) pur senza offrire garanzie, scrive il quotidiano Die Welt, dice: “L’unica nostra protezione è il risultato. La svolta di Opel deve essere realizzata dalle maestranze e dal management stesso di Opel. Possono farcela, dipende esclusivamente da loro”. 
Tradotto, Opel nella gestione resta autonoma e per quanto possibile indipendente, e se non ce la dovesse fare, la responsabilità sarà di Opel, non dei francesi.
Il management si mostra dunque fiducioso e così fa la politica e di seguito il sindacato, dopo un’iniziale irritazione per non essere stata messa al corrente prima delle trattative. Irritazione appianata poi grazie a una telefonata di Tavares ad Angela Merkel. 
Il ministro dell’Economia, la socialdemocratica Brigitte Zypries, si è detta rassicurata del fatto che Opel manterrà una certa autonomia produttiva, che i contratti collettivi non verranno toccati e che non ci saranno tagli. Ben inteso, queste garanzie varranno fino al 2018 o, al massimo, fino al 2020.
Stesso ottimismo lo ha mostrato anche il sindacato, deciso a considerare il bicchiere mezzo pieno. E così il capo di IG-Metall Jörg Hoffmann ha fatto sapere di “valutare l’accordo nel suo insieme positivamente, anche se poi, certo, bisognerà valutare punto per punto cambiamenti e ripercussioni”. Positivo è, a suo avviso, il fatto che le due industrie automobilistiche sono attive su mercati diversi, la fusione aprirebbe dunque a tutte e entrambe nuovi sbocchi.

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autore / Luca Lippi
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