Germania sfida Draghi sui tassi e Fed guarda Bce Merkelcentrica

07 settembre 2017 ore 11:07, Luca Lippi
La Federal Reserve è stretta tra le pareti di un vicolo cieco. La possibilità che possa operare un ritocco al rialzo dei tassi è piuttosto remota a leggere i dati macroeconomici. L'indice dei prezzi al consumo non cresce al passo del 2% da ormai cinque anni e quindi non ci sono spazi di manovra per la Banca centrale statunitense. A luglio l'inflazione di fondo (al netto cioè di componenti volatili come cibo ed energia) è aumentata dell’1,4% su base annua e di appena lo 0,1% su mese. Questo è il motivo che costringe la Yellen a non pensare neanche a un ritocco a salire dei tassi nella riunione del 19 e 20 settembre. 
Neel Kashkari, presidente della Federal Reserve di Minneapolis, ha dichiarato che un aumento dei tassi potrebbe provocare “danni reali” all'economia. 
Lael Brainard, membro della Fomc, ha dichiarato che : “È opportuno procedere con cautela su un’eventuale ulteriore stretta di politica monetaria finché non saremo sicuri che l‘inflazione stia raggiungendo davvero il nostro obiettivo del 2%”. 
LA FED CON LE SPALLE AL MURO
Gli Usa: da lustri coi loro consumi e con corrispondenti deficit della bilancia commerciale e delle partite correnti, stanno contribuendo ad arricchire mezzo mondo, in particolare i paesi esportatori di merci, ad es. la Germania e la Cina. Il problema è che da circa 30 anni tali consumi USA sono a credito ovverosia gli americani si indebitano regolarmente per consumare. Lo possono fare per un complesso insieme di ragioni che può essere condensato nel fatto di aver vinto l’ultima guerra ovvero di essere il paese in aggregato economicamente e militarmente più forte del mondo. E dunque con il privilegio di stampare carta verde sempre meno tangibile come merce di scambio per preziose merci fisiche.
Germania sfida Draghi sui tassi e Fed guarda Bce Merkelcentrica
Il problema è che dopo 8 anni di Obama, che ha quasi raddoppiato il debito federale con parallelo indebolimento del primato geostrategico americano, gli Usa sono al limite della sopportazione da debito, non possono più accumularne se non vogliono sprofondare sotto il suo peso. Dunque devono ridurre i consumi se vogliono tornare grandi o semplicemente per restare al top della solidità aggregata globale (ossia, in aggregato: economica, tecnologica, militare, politica). Trump è semplicemente il mezzo per portare tali correttivi che inevitabilmente andranno a svantaggio dei paesi grandi esportatori come Germania ed in misura minore Cina, paesi che se gli Usa (e la Gran Bretagna, che nella sostanza patiscono lo stesso male americano e con il Brexit stanno seguendo lo stesso percorso Trumpista di redenzione da consumi e debito eccessivi sebbene in forma diversa) smettono di consumare rischiano la guerra civile interna per l’impossibilità di piazzare i propri prodotti ossia di occupare le loro maestranze nella manifattura. In due parole, eccesso di offerta di beni dei paesi esportatori. Ossia deflazione crassa (Germania in primis assieme agli olandesi, motivo per cui vanno sempre d’accordo, stessi interessi. Chiaro, lo strumento che di norma viene usato per ridurre i consumi ed il deficit commerciale è la svalutazione della propria moneta. Infatti il dollaro sta letteralmente crollando (e con lui la sterlina).

IN TUTTO QUESTO COSA FA LA BCE
Oggi si riunisce a Francoforte il Consiglio direttivo della Bce. Da mesi ormai il mercato attende che il presidente Mario Draghi chiarisca la tabella di marcia del tapering. Secondo gli analisti di Ubs sarà prolungato di qualche mese, anche se a un ritmo più contenuto: 40 miliardi al mese dai 60 attuali. Del resto, l’anno prossimo si esauriranno sul mercato molti dei titoli acquistabili dalla Bce, perciò Draghi sarà obbligato a correggere la rotta.
Tuttavia, le decisioni della Fed sono determinanti per pianificare quelle della Bce. Anche nell’Eurozona il recupero dell’inflazione è ancora lontano dal target Bce e l’andamento dei prezzi è ancora troppo incerto in molti Paesi. Inoltre, ridurre il Qe mentre la Federal Reserve rimane ferma vorrebbe dire alimentare ulteriormente la corsa dell’euro che, spinto dalla crisi/pantomima fra Usa e Corea del Nord, è già arrivando a sfiorare quota 1,20 sul dollaro, il massimo da due anni e mezzo. E una moneta troppo forte rischia di soffocare sul nascere i segnali di ripresa economica in arrivo dall’Eurozona.

DIETRO LE DECISIONI DELLA BCE UN RISCHIO PARALISI PER L’ITALIA
Oggi Mario Draghi svelerà le carte che ha in mano. E vedremo se sarà stato un bluff oppure se davvero la Bce riuscirà ancora a sostenere l'impalcatura di un sistema che si regge su denaro creato dal nulla, grazie a tassi di interessi ai minimi storici.
Ieri, quando i mercati sembravano ibernati tanta era l'attesa per le parole di Draghi, la moneta unica era ferma sul livello non proprio tranquillizzante di 1,19 sul dollaro, sintomo che in effetti un trend di overshoot è presente ed è tutto da ricondurre all'incertezza riguardo alla politica della Bce, più che alle rinnovate tensioni geopolitiche in atto, pantomima nordcoreana in testa. 
L'amministratore delegato di Deutsche Bank, John Cryan non si è premurato di dissimulare il suo attacco ed è andato dritto al punto, parlando di fronte a una platea di banchieri riunita proprio a Francoforte: la Bce dia un taglio alle sue politiche espansive. Subito. Ecco le sue parole, musica per le orecchie di Wolfgang Schäuble e Jens Weidmann: "Stiamo vedendo sorgere segnali di bolle in sempre più parti del mercato di capitali, anche dove non ce le saremmo mai aspettate. Tutto questo è responsabilità della politica sui tassi di interessi, la quale è parzialmente responsabile per il calo degli utili delle banche europee. Ho recentemente dato il benvenuto all'annuncio della Federal Reserve e ora da parte della Bce riguardo l'intenzione di dar vita a un graduale ritiro delle politiche di stimolo, le quale stanno per arrivare alla fine". 

CI SARANNO SORPRESE OGGI?
Sorprese in sede di Consiglio quest'oggi sono da escludere, i mercati andrebbero completamente fuori controllo.
Ma Cryan va oltre nella critica a Draghi, di fatto contestandone l'intera impostazione e dipingendo invece la ricetta della Fed come la strada per il paradiso: "Le banche Usa stanno godendo di un vantaggio competitivo grazie al contesto dei tassi di interesse locale. Nella prima metà del 2017, solo l'interesse netto sul reddito delle banche americane è salito dell'8%, mentre in Europa è calato del 2%. Noi come Deutsche Bank abbiamo avuto accesso a 285 miliardi di euro di liquidità alla fine del secondo trimestre, questo perché stiamo ricevendo grandi inflows di cash. Questo denaro, che costituisce attualmente la nostra forza, ci sta però costando penalità sugli interessi". Insomma, i tassi negativi non danno più noia solo alle casse di risparmio tedesche.
Insomma, una bella agenda germanocentrica alla vigilia della più importante riunione del board Bce di sempre. Oltretutto, presentata pubblicamente e con una protervia senza precedenti dalla prima banca tedesca: la stessa, giova ricordarlo, che con la sua operatività sul nostro debito, nel 2011 diede il via all'operazione di regime change che portò a Palazzo Chigi il governo guidato da Mario Monti. 

UNA SEMPLICE SUPPOSIZIONE
A capo della Bce c'è un italiano che molti vorrebbero candidato proprio alla guida di un governo di salute pubblica dal 2019, dopo che il voto del prossimo anno si tramuterà in un pantano di ingovernabilità. E, guarda caso, l'altro giorno la banca d'affari Usa più attiva sull'Italia, Citigroup, ha pubblicato un report dedicato proprio alle elezioni del prossimo anno: "Per il futuro dell'Italia meglio un Parlamento senza maggioranza, che non un governo di grandi ma non così grandi coalizioni o un esecutivo del Movimento 5 Stelle". 
Citigroup non ha dubbi: è convinta che, con un hung Parliament in stile britannico e un governo ad interim, le riforme possano passare più facilmente e il mercato azionario possa ripartire. Lo riferisce nero su bianco un report sul Paese datato 4 settembre: "Dopo venti anni nella Seconda Repubblica, l'Italia è in bilico sul ritorno al sistema proporzionale della Prima Repubblica. Mentre gli italiani speravano in una ‘Liberazione 3.0’, pensiamo che il Paese potrebbe trarre maggior vantaggio da un parlamento paralizzato che non da governi a maggioranza debole come nel recente passato o dal ritorno ad una legge elettorale che favorisca la nascita di coalizioni di governo". Troppe coincidenze, troppi déjà vu. Vediamo un po' se oggi Mario Draghi dirà qualcosa in più. O nasconderà ancora le carte. 

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autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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