Martin Scorsese racconta quel "Silence" della fede (che l'Occidente conosce bene)

17 gennaio 2017 ore 12:21, Paolo Pivetti
In un momento storico come questo, dominato da persecuzioni contro i Cristiani come non s’erano mai viste prima nlla Storia, e questo per ammissione dello stesso Papa, il film “Silence” di Martin Scorsese ha uno straordinario valore profetico oltre che artistico.
Nato da un progetto che il regista si porta dietro da trent’anni, tratto dal romanzo del giapponese Shusaku Endo, “Silence” racconta, attraverso la tragica avventura degli ultimi due preti missionari che l’hanno tentata, l’impossibilità dell’evangelizzazione in una terra, il Giappone seicentesco, il cui sistema politico, sociale, culturale, rifiuta Cristo e il suo Vangelo.
Silence è dunque il silenzio al quale la fede è costretta attraverso i mezzi più sanguinosi e più raffinati di repressione e di persecuzione. 
Ma ancora prima è il silenzio di Dio. I missionari gesuiti portoghesi padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garrupe (Adam Driver) e gli sparuti fedeli, contadini che vivono la loro fede in clandestinità, vorrebbero, aspettano, invocano, un aiuto da Dio, una sua manifestazione che induca il Potere a lasciare uno spazio seppure angusto alla fede cristiana. Ma Dio non parla loro, fino a indurli nel dubbio sulla sua stessa esistenza. Dei due preti missionari, gli ultimi due preti rimasti in terra giapponese, una terra dove fino a prima delle persecuzioni si erano contati convertiti a centinaia di migliaia, dei due preti, uno sceglie di morire con i suoi fedeli, l’altro, per salvare un gruppo di fedeli tortutati, dopo un lungo, interminabile travaglio, sceglie l’abiura.
Con loro ogni traccia di presenza della Chiesa Cattolica in Giappone è cancellata, dato che poco prima di loro anche padre Ferreira (Liam Neeson), che era stato loro ispiratore e guida spirituale, ha abiurato.
Per questa totale messa in silenzio del messaggio cristiano Silence è un film tragico agli occhi di un credente. Eppure, al di là degli accadimenti, ci offre una visione della vita profondamente religiosa che forse può essere sintetizzata così: Dio non può salvare l’uomo se l’uomo non vuole essere salvato. Ci dice cioè che la conversione richiede una seppur minima apertura alla verità enunciata nel Vangelo. La società giapponese del Seicento in cui è ambientata la storia non offre alcuna apertura, come devono averla offerta tutte quelle altre società e quei popoli che hanno accettato e poi fatto proprio il messggio cristiano.
Ma domandiamoci: di che cosa sta parlando Scorsese, se non della società occidentale nella quale oggi viviamo? Una società in cui domina un profondo silenzio della fede. Una società in cui, per unanime scelta di tutti i media, il Papa fa notizia solo se parla degli immigrati, non se testimonia Dio, incarnato per la salvezza dell’uomo.
Provano questo silenzio, questa sordità, anche le pochissime sale, al massimo da 200 posti, in cui un film come questo, opera di una delle più grandi firme cinematografiche viventi, è proiettato.
Siamo in un momento in cui un credente, per non essere ghettizzato, deve abiurare alla propria testimonianza e volgere tutto in valori sociali o umanitari, se si vuol far ascoltare. E questo avviene nella parte del mondo in cui la fede cristiana è ancora ammessa o almeno tollerata. E non c’è nemmeno bisogno di citare quella larga parte del mondo in cui la fede cristiana è cancellata, non dai Giappponesi del Seicento ma dagli Islamici del Duemila. 
E lo spirito di inconsapevolezza col quale le nostre autorità, politiche e religiose, vivono tutto questo sembra lasciare ben poche speranze verso ciò che accadrà alla fede cristiana in futuro.
Però, quel piccolissimo crocefisso, segretamente nascosto nella mano del cadavere dell’ultimo prete apostata durante il rogo mortuario nel finale, rappresenta tutta la speranza del film. 
La traccia minima, quasi insignificante, di una speranza, che sfugge ai più. Ma se siamo credenti, dobbiamo credere che quella speranza salverà il mondo.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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