Addio Totti: delle cime e degli abissi del Capitano nella lettera strappalacrime

29 maggio 2017 ore 10:36, Luca Lippi
La lettera strappalacrime del Capitano Francesco Totti è la lettera che avrebbe scritto qualunque tifoso in lacrime, consapevole di dover salutare per sempre, da giocatore, una legenda del calcio. Delle cime e degli abissi, per lui ma soprattutto per tutti i sui tifosi. Il calcio insegna tante cose, insegna l’amore (quello per la palla e per il prato) insegna, insegna a correre liberi, insegna a sognare. Poi c’è la forgia sociale, il calcio insegna concetti come gruppo, amicizia, squadra, il tempo, la durata, il cambiamento. Da sempre il calcio mostra l’irrazionale e il razionale, la cosa più importante tra tutte le cose meno importanti. E’ e sarà per tantissimi una seconda ‘scuola’, comunque qualcosa che ha scandito e scandisce la nostra vita fino alla maturità. In ultimo il calcio insegna l’arte, che per essere meno criptici possiamo riassumere in Francesco Totti. 
Si proprio lui. ‘il pupone’ l’artista del calcio che ha attraversato tre epoche.
Addio Totti: delle cime e degli abissi del Capitano nella lettera strappalacrime
Parabola unica e irripetibile – ha debuttato per una intuizione di Carlo Mazzone, di quel ragazzino chiuso, un po’ introverso, cresciuto a Porta Metronia, nel cuore di Roma. La città eterna di cui è poi diventato eterno simbolo, ultimo vessillo di una cultura popolare che lo ha eletto, insindacabilmente, ottavo ed ultimo re: se qualcuno ha qualcosa da controbattere, cambi sport. Poi Zeman, il numero dieci, la fascia da capitano, il cucchiaio, lo scudetto, i gol, Batistuta, Montella, Cassano. Roma-Empoli, l’infortunio shock. Poi il Mondiale, e in che modo: da protagonista, genio e sregolatezza, classe e disinvoltura. E quel rigore all’Australia, a tempo scaduto, la svolta, la convinzione, il momento in cui fu chiaro a tutti che Berlino non era solo un sogno e che anzi, sarebbe diventato realtà. Dai diciassette anni ai quaranta, con indosso solo due colori: giallo ocra e rosso pompeiano, cavalcando le epoche, ridendo beffardo dinanzi al tempo che, come per tutti, scorre inesorabile. 
Ma Totti non è invecchiato, anzi. Ha resistito alle intemperie, alla caducità, alle logiche di un mondo che è l’opposto di quello che aveva conosciuto lui stesso da ragazzino. 
Quanto avrebbe vinto, scegliendo il Real. Quante coppe avrebbe oggi in bacheca, chissà. E quanto ha già vinto, nella vita, scegliendo l’amore e legandosi, eternamente, ad una maglia e alla sua storia, è quello che racconteranno gli intellettualmente corretti un giorno ai figli e ai nipoti.

Icona popolare – mito e leggenda che ha scandito, a modo suo, ogni annata della Serie A. Ottavo ed ultimo Re di Roma, bandiera di un calcio vecchio che con lui è stato anche moderno senza snaturarsi. Totti a Roma è stato e sarà unico. Per le strade, dove resta intoccabile. Per i vicoletti, per i quartieri, dove è diventato anche un murales. Come solo i più grandi: come Maradona, l’ultimo ad inchinarsi alla grandezza del Pupone. 

Ultimo atto – ieri si è chiusa un’epoca, l’Epoca. Finisce una generazione, finisce un certo tipo di calcio, perché l’ultima bandiera è stata ammainata. Finisce quel calcio senza bandiera, senza colori, quello puro di chi è cresciuto sui campi di provincia, di chi ha imparato che sognare è possibile, che non sempre vince il più forte. E ora, Roma, chi ti griderà sei unica? 
Di colpo, per lui e per tanti altri è finita l’eterna giovinezza. Un altro Francesco Totti, un altro genio del genere, non si vedrà più. Dalle cime agli abissi è il calcio a finirci, e soprattutto tutti quelli che hanno invidiato, insolentito e fintamente ignorato perché il mondo è pieno di ‘vorrei ma non posso’.



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autore / Luca Lippi
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