Voto marzo 2018: larghe intese e governo Draghi di minoranza

31 ottobre 2017 ore 13:35, Americo Mascarucci
Chi sarà il futuro premier incaricato di guidare il governo che uscirà dal voto politico del marzo 2018? Sicuramente nessuno dei candidati premier che saranno indicati agli elettori durante la campagna elettorale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si ritroverà all'indomani del voto con la patata bollente di dover uscire dalla situazione di ingovernabilità in cui piomberà l'Italia a causa del sistema elettorale approvato dal Parlamento, il Rosatellum bis; sistema ritagliato su misura per schierare coalizioni "fittizie" prima del voto consentendo ad ognuno di poter condurre la propria battaglia identitaria, e dopo mettere in campo una coalizione di governo frutto della cosiddetta dialettica parlamentare. 
Tutti i sondaggi sono concordi nell'affermare che l'ordine di arrivo sarà il seguente: in prima posizione ci sarà il centrodestra che sarà soprattutto agevolato nei collegi uninominali; in seconda posizione ci sarà il Movimento 5Stelle agevolato invece dal sistema proporzionale; in terza posizione il Pd che uscirà indebolito su entrambi i fronti, poiché nel maggioritario difficilmente potrà reggere l'onda d'urto del centrodestra unito soprattutto al Nord, e nel proporzionale dovrà accontentarsi del secondo posto dietro i grillini.
Voto marzo 2018: larghe intese e governo Draghi di minoranza

IL GOVERNO DI SCOPO
Con un simile scenario Mattarella avrebbe come prima possibilità quella di incaricare la coalizione vincente, il centrodestra in questo caso, di trovare i numeri in Parlamento per formare un governo. Ma il centrodestra non ha un candidato premier, dal momento che Berlusconi e Salvini hanno concordato di rinviare l'argomento a dopo le elezioni sulla base dei rapporti di forza sanciti dagli elettori: il partito che otterrà più consensi fra Forza Italia e Lega esprimerà il premier. Il problema sta nel fatto che se a prevalere saranno gli azzurri un leader non ci sarà, stante l'impossibilità per Berlusconi di ricoprire incarichi pubblici e l'indisponibilità del Carroccio ad accettare Antonio Tajani. Potrebbe essere Giovanni Toti? Troppo leghista, non piacerebbe a Berlusconi e nemmeno ai moderati forzisti. Se a prevalere sarà la Lega difficile credere che il premier indicato possa essere Matteo Salvini. Più probabile una figura più istituzionale, Luca Zaia per esempio anche se negli ultimi tempi con le sue uscite semi-secessioniste sulla spinta del successo del referendum autonomista in Veneto, ha sicuramente perso molti punti in suo favore.  
Ma poichè il centrodestra da solo non avrebbe la forza e i numeri per mettere in piedi un governo, a Mattarella non resterà che giocare la carta della candidatura istituzionale, per favorire un governo di larghe intese. Ma in questo caso le larghe intese sarebbero in realtà molto strette e l'ipotesi più probabile sarà quella di un "governo di minoranza e di scopo". Un governo che si andrebbe a reggere più sulle astensioni che sui voti favorevoli. Ma chi potrebbe essere il candidato ideale per poter ricoprire un simile incarico. Un solo nome si farebbe strada a questo punto, quello del governatore della Banca Centrale europea Mario Draghi.

DRAGHI PREMIER
Il mandato di Draghi a Bruxelles scade il prossimo anno, ottobre 2018, ma se così stanno le cose sarà richiamato in patria molto prima. questo per due motivi: la situazione di sicura ingovernabilità che verrà a crearsi con le prossime elezioni richiederà una guida forte ed autorevole che sia in grado di rassicurare l'Europa su una tenuta dei conti pubblici pienamente compatibile con un serio e articolato programma di riforme strutturali. Draghi in pratica si troverebbe ad essere il Monti del 2018, l'uomo della stabilità, l'unico traghettatore possibile nel mare agitato dell'ingovernabilità e del caos. 
Draghi ha ottimi rapporti con Berlusconi che sponsorizzò la sua candidatura alla guida della Bce: ha ottimi rapporti con il Capo dello Stato e sarebbe anche l'unico nome su cui il Pd non potrebbe porre veti visto che in questi anni il governatore della Bce ha spesso elogiato e sostenuto le politiche renziane (vedi il jobs act su tutte) e ha anche offerto un assist importante all'ex premier e segretario Dem nella ricerca di maggiore flessibilità nei conti. 
Ma basterà il sostegno di Forza Italia e del Pd ad assicurare la sopravvivenza di un governo a guida Draghi? Il Movimento 5Stelle dirà no, quindi non resterà che strizzare l'occhio alla Lega di Salvini. 
Il Carroccio non avrà alcun interesse a far sì che l'Italia resti ingovernabile o che si debba tornare al voto dopo aver fatto bottino di parlamentari ottenendo il maggior numero di collegi sicuri nel maggioritario e guidando una battaglia fortemente identitaria nel proporzionale, ma non potrà permettersi nemmeno il lusso di entrare nella maggioranza di governo con Pd e Forza Italia dopo aver sempre criticato l'inciucio Renzi-Berlusconi
Opterà per l'astensione, consentendo al governo di sopravvivere pur senza una maggioranza parlamentare. E la stessa cosa molto probabilmente faranno anche i Fratelli d'Italia ancora di più se la loro astensione dovesse rivelarsi determinante. 
Draghi quindi si troverebbe a guidare un governo di minoranza, probabilmente composto da personalità più tecniche che politiche ma legate tanto all'area del Pd che a quella del centrodestra. Un governo che, come quello di Rajoy in Spagna si reggerà sull'astensione della Lega e dei Fratelli d'Italia, con i 5Stelle all'opposizione. Probabilmente rivedreremo fra i ministri di Draghi personaggi come l'attuale premier Gentiloni e il ministro Calenda le cui aspirazioni di premiership coltivate da entrambi dovranno essere sacrificate sulla strada della responsabilità; inevitabilmente non potranno non essere compensate dalla partecipazione ad un esecutivo che come ammesso recentemente dallo stesso Draghi "dovrà completare le riforme strutturali necessarie a mettere in sicurezza la zona euro". 
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