Il caso dei fucilieri di marina Latorre e Girone: che fine hanno fatto

15 maggio 2017 ore 13:46, intelligo
I marò: questa è una storia che sicuramente conoscete già, ma che a distanza di anni ancora non ha visto la sua fine, e che noi ci teniamo a ricordare, perché è importante vigilare su quel che accadde e quello che ancora dovrà accadere. E’ una storia, e ci dispiace ammetterlo, che non fa fare una bella figura alla nostra Nazione. Tutto comincia così.
A bordo dell’Erica Lexie, petroliera italiana con 34 membri di equipaggio, vengono inviati 6 fucilieri di marina a protezione della navigazione in mari notoriamente infestati da pirati. Il 15 di febbraio del 2012 l’Erica Lexie si trova al largo della costa indiana, in acque di contiguità – nota bene, da non confondersi con  acque territoriali - in rotta di trasferimento da Galle (Sri Lanka) verso Gibuti. Il mare è buono, la navigazione sembra tranquilla quando, inspiegabilmente, alle16:30 UTC+5:30,  un peschereccio locale, il St. Antony – 11 persone d’equipaggio – accosta verso la petroliera. Chi minimamente conosce il mare e ha avuto modo di navigare, sa che si tratta di una manovra assurda e pericolosa. Il peschereccio è un fuscello rispetto alla grande petroliera, che se lo urtasse lo distruggerebbe in un lampo. Quindi, l’unica manovra accettabile per una piccola barca davanti ai giganti del mare, è quella di allontanarsi il prima e il più possibile. Esattamente il contrario di ciò che avviene. Dalla Lexie fanno subito partire le sirene d’avvertimento e si chiede al peschereccio di allontanarsi, ma il St. Antony non modifica la navigazione
Il caso dei fucilieri di marina Latorre e Girone: che fine hanno fatto
A questo punto, a bordo, si pensa a un possibile attacco di pirati e vengono fatte partire due raffiche di colpi d’avvertimento, in acqua e non verso il peschereccio che a questo punto capisce la malaparata e finalmente si allontana. La Lexie riprende la sua navigazione tranquilla quando alcune ore dopo viene contattata da autorità della  guardia costiera del distretto di Kollam che domandano lumi su un eventuale attacco pirata subito dalla nave. Dalla Lexie arriva la conferma, e le autorità indiane chiedono allora alla nave di tornare indietro e attraccare nel porto di Kochi per chiarimenti.  Da notare che trovandosi in acque di contiguità, il capitano della Lexie, Umberto Vitelli, potrebbe continuare per la sua strada ignorando la richiesta indiana ma, dopo un conciliabolo via radio con l’armatore e malgrado il parere contrario della nostra marina, decide di aderire alla richiesta e fa invertire la rotta.  E qui il primo colpo di scena: appena la nave attracca in porto, salgono a bordo i poliziotti che traggono in arresto due dei sei fucilieri presenti accusandoli di aver ucciso due uomini dell’equipaggio del peschereccio St. Antony -  Ajeesh Pink di 20 anni, e Valentine, alias Jelastine, di 44 anni – da loro scambiati per pirati. La notte stessa le autorità indiane fanno effettuare l’autopsia sul corpo dei due pescatori e il 17 febbraio i corpi vengo sepolti, e il 19 febbraio la Corte d’appello del Kollam formalizza l’accusa di omicidio nei confronti d Massimiliano Latorre e Salvatoe Girone. Inizia così una diatriba infinita.
In Italia giunge la notizia e lascia interdetti. Viene fatta formalizzare da Latorre e Girone una petizione all’Alta Corte del Kerala dove si chiede l’annullamento della denuncia presentata contro i marò per difetto di giurisdizione dei tribunali indiani e per immunità funzionale dei militari italiani. La richiesta viene respinta. E qui è necessario un inciso. In quel momento in India la situazione politica è molto fluida. Nella provincia del Kerala ci saranno presto le elezioni che vedono contrapporsi il partito di destra indù contro il partito del Congresso nazionale, il cui incontrastato capo dopo la morte di suocera e marito, è Sonia Gandhi, al secolo Sonia Maino, un’italiana vedova di Rajiv Gandhi da molto tempo naturalizzata indiana ma che i più tradizionalisti vedono sempre come “l’italiana”, una straniera. Quello che forse avviene tra la Lexie e i due pescatori  del St. Antony potrebbe fare molto comodo al partito indù. Da qui il grande clamore intorno a una storia che, diversamente, sarebbe probabilmente passata inosservata o quasi.
C’è anche da dire che la posizione dei nostri militari in servizio di scorta su una nave italiana, fa di loro organi dello Stato, che dovrebbero quindi godere di immunità dalla giurisdizione indiana per atti compiuti nel servizio delle loro funzioni, sempre che si dovesse provare che davvero gli uomini morti sul peschereccio in questione furono vittime dei due marò. Alcune questioni, infatti, non rendono cristallina la tesi sostenuta dalle autorità indiane. Prima tra tutti, la versione dei fucilieri di marina, ben certi di aver sparato in acqua e non contro il peschereccio. A supportare la loro versione ci sarebbe un filmato che mostra i fori dei proiettili sullo scafo del St. Antony, che per angolo di penetrazione sarebbero incompatibili con colpi partiti dalla petroliera, quindi sparati dall’alto verso il basso. Purtroppo, a supportare il filmato non c’è più lo scafo del St. Antony. Altra stranezza, infatti, ha voluto che le autorità indiane si affrettassero a distruggere lo scafo del peschereccio che pure era ancora in discrete condizioni e avrebbe potuto riprendere il mare dopo qualche lavoro di poco conto. Inoltre, dobbiamo dire che nessun italiano ha potuto assistere all’autopsia fatta ai pescatori, e che anche la perizia balistica, malgrado richieste italiane, è stata eseguita esclusivamente da personale indiano. Il tutto senza considerare che qualsiasi cosa possa essere avvenuta non si è verificata in acque territoriali indiane, come i tracciati satellitari possono dimostrare, e che l’India non aveva alcuna giurisdizione sul quel tratto di mare per indurre la Lexi nel porto di Kochi.

Nonostante ciò, la diatriba è continuata per anni, con i nostri marò prima trattenuti direttamente dalle autorità indiane, poi nella nostra ambasciata ma con l’impegno di non lasciare il paese. L’Italia, pur di recuperare i due marò, tenta anche un accordo extragiudiziale con i parenti dei due pescatori morti, e paga 142mila euro per ognuna delle vittime ben specificando che “ciò non comporta un riconoscimento di responsabilità o la rinuncia all'immunità di cui godono i beni e i cittadini italiani in base alla legge e la loro sottomissione alla giurisdizione delle corti indiane”. Di contro, i parenti delle vittime “accettano di ritirare incondizionatamente l'opposizione presentata contro la petizione della difesa dei marò per il rigetto del FIR emesso contro i militari italiani e ogni altro procedimento legale, compresa ogni altra accusa in essi contenuta”. Quindi tutto a posto? Nemmeno per sogno.  Chi ha interesse a mantenere alta l’avversione verso gli italiani in quel particolare momento politico, non ci sta. Così la Corte Suprema giudica tutto “illegale” e continua  a tenere i marò prigionieri nella loro stessa ambasciata mentre il procedimento penale verso i due italiani prosegue con una lentezza infinita.
Il 20 dicembre di quell’anno, il governo italiano ottiene dall’Alta Corte indiana che i due marò trascorrano le 2 settimane di vacanze natalizie in Italia. Il 3 gennaio,Girone e Latorre tornano in India e poi il 22 febbraio sono di nuovo in Italia per le elezioni. Dopo 4 settimane, nottetempo, vengono rispediti in India malgrado il sentimento popolare e la palese illegalità con cui vengono trattenuti in quel paese. Per carità di Patria, non ci addentriamo in questo passaggio.  Si va avanti tra udienze, rinvii, cavilli e quant’altro per un altro anno, fino a quando Massimiliano Latorre non viene colpito da un’ischemia cerebrale. E’ il 12 settembre 2014 e la corte suprema indiana accoglie l'istanza presentata dalla difesa del marò e gli concede di rientrare in Italia per un periodo di quattro mesi per curarsi. La Corte accetta una garanzia scritta sul rientro in India di Latorre fornita dall'ambasciatore Mancini a nome del governo italiano. Latorre sta davvero male e malgrado ciò l’India richiede continuamente il suo rientro, almeno finché il soldato non subisce un’operazione per un difetto cardiaco congenito e gli vengono concessi altri mesi in Italia. Intanto, siamo arrivati al 2015 senza che nessun tribunale indiano abbia provato alcunché e senza, aggiungiamo noi, che abbia diritto ad esprimersi sulla faccenda, ma con il povero Salvatore Girone ancora prigioniero nella nostra ambasciata. Poi, finalmente, l’Italia attiva l'arbitrato internazionale sul caso dei marò nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, rivolgendosi, quindi, al Tribunale internazionale del diritto del mare (ITLOS) di Amburgo. Nella stessa richiesta si domandano anche immediate misure che consentano la permanenza di Massimiliano Latorre in Italia e il rientro in patria di Salvatore Girone in attesa che si concluda l'iter della procedura arbitrale. Il 24 agosto successivo, in merito alla richiesta italiana, il Tribunale internazionale del diritto del mare di Amburgo, decide che nell’ambito dell’arbitrato e fino alla conclusione della procedura, "l'India si astenga dal prendere o applicare qualsiasi misura giudiziaria o amministrativa contro" i marò e dall'esercitare "qualsiasi altra forma di giurisdizione" relativa allo stesso incidente; e che "l'India adotti tutte le misure necessarie per garantire che vengano immediatamente tolte le restrizioni relative alla libertà di movimento" dei marò "per consentire al sergente Girone di partire per l'Italia, e ivi permanere, e al sergente Latorre di restare in Italia per tutta la durata del procedimento" arbitrale.  Nonostante ciò, tra una lungaggine, un’opposizione e un rinvio, Salvatore Girone potrà fare ritorno in Italia solo il 26 maggio del 2016.  Così, finalmente entrambi i due fucilieri sono di nuovo a casa, anche se il modo in cui è stata condotta tutta la situazione fa davvero rizzare i capelli sulla nuca. Ancora però si attende l’esito dell’arbitrato, che dovrebbe arrivare entro il dicembre del 2018. In compenso la corte suprema dell’India ha sospeso l’obbligo imposto al governo indiano di presentare ogni tre mesi un report sul procedimento.
Da parte loro, Latorre e Girone mantengono un basso profilo: dopo anni di prime pagine sui giornali, cercano di assaporare la privacy in seno alla famiglia.  E possiamo ben comprenderli.

di Anna Paratore

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