Istat: la classe operaia (e la piccola borghesia), non vanno in paradiso, ma all’inferno. La regia dei nuovi controllori

18 maggio 2017 ore 13:06, Luca Lippi
Aumentano le disuguaglianze. Generazionali ed economiche, tra Nord e Sud. Questo è, in estrema sintesi, il quadro, desolante, ma estremamente significativo, tratteggiato dall’Istat nel consueto report annuale. 
Nuove classi sociali. Nel rapporto Istat si legge che “la perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”. In altre parole, non ci sono più classe operaia e piccola borghesia. Sparite. Contestualmente lo studio disegna i contorni della nuova società divisa in gruppi. 
- Gruppo dei giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, nel quale è confluita quella che un tempo era la classe operaia 
- Le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia 
- Il gruppo a basso reddito di anziane sole e di giovani disoccupati 
-Il gruppo delle pensioni d’argento e la classe dirigente 
Fattori che incidono in questa nuova classificazione: il più importante è il reddito, che viene valutato in termini di spesa media mensile. Si va dai 1.697 euro delle famiglie a basso reddito con stranieri, agli oltre tremila delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3mila 800 euro mensili. 
Partendo da una parte per arrivare al suo opposto, i poli si equivalgono: la classe dirigente è formata da 4,6 milioni di persone; le famiglie a basso reddito ammontano a 4,7 milioni di persone. Certo, poi abbiamo tutti gli anelli intermedi, nei quali il gruppo più numeroso (10,5 milioni di persone) è quello in cui troviamo operai in pensione e famiglie monoreddito. 
Istat: la classe operaia (e la piccola borghesia), non vanno in paradiso, ma all’inferno. La regia dei nuovi controllori
Il dato più preoccupante. Crescono le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale, il 28,7% della popolazione. L'Istat conferma l'aumento dell'occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all'appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l'impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l'aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l'appartenenza alle "nuove" classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.
Nella formazione delle nuove classi sociali potrebbe esserci la responsabilità della politica, o delle politiche economiche? La risposta è ‘Sì’! I fatti sono che una classe onnivora, politici e sindacalisti, quella che si potrebbe definire la classe del consenso ha preso in mano le redini dei destini di tutti le altre classi. E i cittadini hanno fatto l’errore di mettere pigramente nelle loro mani i loro destini.
La mutazione da cui originano tutte le altre: la classe dei proprietari sta lentamente mutando aspetto rispetto a quello classico. La finanziarizzazione dell’economia e la sua contemporanea globalizzazione ha accelerato il processo di separazione tra il possesso e la capacità di controllo della produzione. Inoltre il possesso si sta, in un certo modo, diluendo, attraverso la generalizzazione delle Società per Azioni, ma si sta anche concentrando in organismi che non hanno un vero e proprio “proprietario” (fondi pensione, fondi di investimento etc).
In sostanza, la “proprietà “ sta perdendo importanza rispetto alla “gestione” e al “controllo”, e che la “classe della gestione” diventa sempre più la vera detentrice del potere, se pur ancora ingabbiata da quel che resta della “proprietà”.
Anche la produzione dei beni sta subendo una profonda evoluzione, sempre più distaccata dall’aspetto umano del ‘lavoro’, delocalizzata a seconda delle convenienze del momento, individualizzata nei suoi aspetti più moderni. Diventa quindi sempre più una questione di capacità di gestione e di controllo, che di capacità produttiva.
Una struttura del genere ha però bisogno di un adeguato consenso sociale.
Dunque, la politica ed i sindacati, cioè la ‘classe del consenso’, sta allargando il suo campo di intervento. 
Le nuove ‘masse’ dove possono collocarsi? In realtà si sono già collocate, nelle mani della ‘classe del consenso’. Il destino è quello di frammentarsi fino a scomparire. Sono ancora in atto grosse trasformazioni, l’Istat fotografa solamente il frammento di una situazione, ma l’obiettivo non può conoscerlo, né descriverlo. La situazione è molto simile a quella della plebe urbana parigina che cantava e danzava sotto la ghigliottina, mentre la borghesia prendeva il potere.
Conclusione: la suddivisione delle classi e lo spostamento delle ricchezze non è un dato assoluto. C’è il lavoro nero, ci sono le Mafie, milioni di disoccupati che vivono nel benessere e diverse migliaia di ‘ricchi’ che risultano ‘nullatenenti’. Il cambiamento epocale delle classi sociali si cela dietro lo spostamento, o la delega incondizionata, del potere nelle mani della ‘classe del consenso’. 

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autore / Luca Lippi
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