Svizzera sotto chiave, valichi chiusi anti-ladri italiani: altre idee Elvetiche

05 aprile 2017 ore 9:18, Micaela Del Monte
Prima l'idea di un muro che li separasse dall'Italia, poi l'aumento dei limiti per i frontalieri che si recavano in Svizzera per lavorare. Ora arrivano anche le chiusure dei valichi al confine tra il nostro Paese e quello elvetico. La decisione è per lo più legata all'accesso di troppi "ladri" migranti in Svizzera che passano proprio dall'Italia. 

LA MISURA
I tre valichi, due in provincia di Como e uno in provincia di Varese, sarebbero stati quindi bloccati per questioni di sicurezza dopo una serie di furti avvenuti nella fascia sud del territorio svizzero. Si tratta di un provvedimento unilaterale assunto dal Canton Ticino, entrato in vigore il 1 aprile in via sperimentale per sei mesi per impedire la libera circolazione ai cittadini e ai frontalieri italiani che lavorano in Svizzera. Decisione questa che ovviamente non è stata presa bene dal nostro Paese, l’unico partito che non ha attaccato l’iniziativa è stata la Lega Nord, mentre per tutti gli altri, da destra a sinistra, si tratta di un’azione "inutile" e dettata solo da "ragioni politiche".
 
Svizzera sotto chiave, valichi chiusi anti-ladri italiani: altre idee Elvetiche
PROTESTE
Ieri 5mila lavoratori si sono rivolti al ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e ad altre istituzioni dicendosi "seriamente preoccupati per le chiusure già avvenute dei valichi di confine con la Svizzera e per quelle che probabilmente proseguiranno". La Farnesina ha convocato l’ambasciatore della Confederazione Svizzera Giancarlo Kessler, che ha ribadito il carattere transitorio della misura. Antonio Locatelli, coordinatore dei frontalieri, ha sottolineato che "la prima preoccupazione riguarda la mano d’opera frontaliera che lavora in orari non tradizionali e quindi di notte o che deve raggiungere i posti di lavoro molto presto al mattino". La richiesta è di intervenire "su Berna per scongiurare altre chiusure perché non è sicuramente chiudendo i valichi che viene risolto il problema delle rapine in Ticino, che guarda caso avvengono di giorno e non di notte".

L'incontro della Regio Insubrica, intanto, ha portato a un sostanziale nulla di fatto. Al vertice, dove erano presenti sia autorità elvetiche che della Provincia di Varese e della Regione Lombardia, si è preso atto dell’inizio della sperimentazione e si è deciso di condividere i futuri dati, quando arriveranno. Il presidente della Provincia di Varese, Gunnar Vincenzi, si è mostrato un po’ deluso: "Speravo in qualcosa di più. Ho fatto presente che c’è bisogno di partecipazione e condivisione, queste iniziative di chiusura non sono mai state concordate con enti italiani e questo non è un bel segnale". Per il presidente, inoltre, si tratta di un intervento "inutile e populista". La chiusura è approdata anche in Consiglio regionale, dove è stata approvata una mozione bipartisan dei consiglieri Luca Marsico (FI), Alessandro Alfieri (Pd) e Raffaele Cattaneo (LP). La Lega ha votato contro. "Non riteniamo che i tempi siano corretti - ha detto il consigliere Emanuele Monti - questa mozione andrebbe presentata fra sei mesi, terminato il test". In secondo luogo "non pensiamo che la Regione debba attivarsi perché la Farnesina si occupi della questione, cosa che se capitasse creerebbe malumori e problemi diplomatici".

PRECEDENTI
Diversi anni fa l'idea era quella di un muro per separare la Svizzera da “fall-Italia”. La proposta era stata avanzata da Giuliano Bignasca, il leader della Lega dei Ticinesi (Svizzera) sempre prodigo di provocazioni, che a più riprese ha messo nero su bianco i suoi slanci anti italiani. E lo ha fatto anche nei giorni scorsi pubblicando un trafiletto su “Il mattino della domenica”, il settimanale del suo partito. Non solo però perché a limitare il passaggio degli italiani nel Paese elvetico ci fu anche l’iniziativa referendaria “Prima i Nostri” - promossa dalla destra nazionalista Udc con il sostegno della Lega dei Ticinesi - in cui si chiedeva che sul "mercato del lavoro venga privilegiato, a pari qualifiche professionali, chi vive sul territorio". Come recitava il sito dei promotori del referendum, l’iniziativa "dà al Consiglio di Stato il preciso mandato di mettere in atto tutte le misure concrete per respingere la pressione al ribasso sui salari, evitare la sostituzione sistematica dei lavoratori residenti e assicurare che i ticinesi abbiano la precedenza nel mercato del lavoro". "Prima i nostri", viene precisato, "necessiterà di una legge di applicazione che verrà votata dal Gran consiglio" ma la decisione finale appartiene al Consiglio Federale e al Parlamento di Berna. 
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