Trump, cosa c'è dietro lo scontro nell’intelligence Usa

16 dicembre 2016 ore 13:29, intelligo
Alessandro Corneli      


Sono due i rischi maggiori che corrono i servizi d’intelligence. Il primo è quello di assumere una posizione intransigente sulla loro “verità” allo scopo di costringere i vertici politici ad adeguarsi ad essa: in pratica, condizionandoli. Il secondo è di fornire ai rispettivi vertici politici ciò che questi amano sentirsi dire anche a costo di forzare un po’ ciò che ad essi risulta: in pratica, si fanno condizionare dal potere politico. Ma rischi e vantaggi vanno spesso insieme. Nel primo caso, se i servizi hanno ragione, i vertici politici gliene sono grati e questi si traduce in maggiori finanziamenti e promozioni; ma se l’ostinazione dei servizi si rivela sbagliata, allora arrivano tagli al bilancio e tagli di teste. Nel secondo caso, caratterizzato da una certa convergenza tra servizi e potere politico, la conferma dei fatti premia entrambi e si consolida l’alleanza; se i fatti smentiscono le analisi e le preferenze, la responsabilità finisce per essere condivisa: i servizi pagano ma non in misura drammatica.
I due pericoli sopra accennati, con le loro sottospecie, di solito emergono separatamente: cioè, o prevale l’uno o prevale l’altro. Ma quando al vertice politico si verifica uno scossone profondo – come nel caso della imprevista
Trump, cosa c'è dietro lo scontro nell’intelligence Usa
vittoria di Donald Trump e l’altrettanto imprevista sconfitta di Hillary Clinton – cortocircuiti e panico possono esplodere. Sebbene apartitiche, le agenzie di intelligence degli Stati Uniti sono sottoposte alla legge dello spoil system: chi vince nomina i vertici delle diverse amministrazioni e solo se c’è continuità di indirizzo politico, democratico o repubblicano, l’ampiezza di queste nomine rimane contenuta. In caso di alternanza, invece, il ricambio può essere più profondo, specie se le agenzie hanno fatto una certa scelta, risultata poi giusta o sbagliata. Entra poi in gioco la concorrenza tra agenzie, che alla fine è giustificata dalla competizione per accaparrarsi i fondi. 
Sulla base di questo scenario ben noto, dall’inizio degli anni ’60 la Cia ha mostrato una certa simpatia verso i presidenti democratici, sospinta anche dalla forte concorrenza della Nsa, quella National Security Agency che intercettava anche i cellulari dei principali leader politici degli alleati degli Usa: Obama ha dovuto scusarsi, tra l’altro, con Angela Merkel e con François Hollande. È vero che la Cia si era mostrata nelle grazie del presidente Obama quando effettuò il blitz in cui rimase ucciso Osama Bin Laden, il terribile capo di Al Qaeda; ma con le “primavere arabe” ha fatto un disastro. Per questo, forse, ha cercato di recuperare con il candidato che sembrava dovergli succedere alla Casa Bianca, cioè Hillary Clinton, sostenendo la tesi delle interferenze della Russia di Vladimir Putin sulla campagna elettorale delle presidenziali. Ha però puntato sul cavallo sbagliato. Il suo principale concorrente, l’Fbi, tradizionalmente più vicina ai repubblicani, più attrezzata a monitorare la situazione interna – anche perché la Cia non può operare sul territorio americano – ha, seppure in modo ambiguo e apparentemente contraddittorio, favorito Donal Trump, e non ha confermato le supposte interferenze del Cremlino.
Ora, non solo al vertice politico si è verificato non un semplice avvicendamento, ma un vero e proprio terremoto, ma c’è la prospettiva di profondi cambiamenti di linea di politica estera, che coinvolge più la Cia e la Nsa che non l’Fbi. La nomina di Mike Pompeo a nuovo direttore della Cia, già annunziata da Trump, insieme a quella di Rex Tillerson a nuovo Segretario di Stato, cioè ministro degli Esteri, fanno prevedere grosse novità che si rifletteranno sul ruolo delle due agenzie che si erano più spostate sulle posizioni di Barack Obama e di Hillary Clinton, con conseguenze sulle loro ramificazioni interne nei settori delle grandi industrie civili e militari. Da qui i tentativi di contenere i danni, attraverso una reiterazione delle accuse a Putin che andrebbero a colpire l’Fbi, responsabile della sicurezza interna. Perché, alla fine, questo è il vero obiettivo dal momento che è politicamente insostenibile la tesi che il sistema democratico americano sia stato manipolato da Mosca. Sperare che Trump cambi idea e prenda per buoni i rapporti d’intelligence che sostengono questa tesi, appare improbabile. Ciò che è certo, invece, è che la Russia trarrà benefici da questo scontro tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti che Donald Trump dovrà risolvere al più presto se non vorrà avere sorprese durante la sua presidenza.

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