2 giugno 1946: tutte le ombre del Referendum Monarchia-Repubblica

02 giugno 2017 ore 8:00, Americo Mascarucci
Il 2 giugno del 1946 nasceva la Repubblica italiana in seguito ad un referendum dagli esiti discutibili. Il dibattito intorno all’effettivo risultato di quella consultazione, il primo a suffragio universale, per anni ha diviso gli storici e soltanto negli ultimi anni si è preso atto di come la vittoria della Repubblica, seppur accettata da tutti, resti comunque costellata di pesanti ombre.  12 717 923 furono i voti favorevoli alla repubblica, 10 719 284 i voti favorevoli alla monarchia e 1 498 136 voti nulli. Ma fu davvero così? In questi giorni il dibattito si è riacceso anche a seguito dei fuorionda del conduttore Flavio Insinna mandati in onda da Striscia la Notizia nei quali lo stesso Insinna, sfogandosi con gli autori del programma, rievoca nell'ambito di un contesto del tutto estraneo alla politica, i presunti brogli che sarebbero stati messi in atto per far vincere la Repubblica.
2 giugno 1946: tutte le ombre del Referendum Monarchia-Repubblica

I PUNTI OSCURI 

CORTE DI CASSAZIONE La Suprema Corte non ha mai omologato i risultati referendari limitandosi a prendere atto dei dati trasmessi dal Ministero degli Interni allora guidato dal socialista Giuseppe Romita. I risultati furono confermati parzialmente il 10 giugno ma con l'impegno ad approfondire la questione e rinviando in seguito il giudizio definitivo sul quorum. Il 18 giugno 1946 nell'Aula della Lupa di Montecitorio a Roma, la Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, respinse il ricorso dei monarchici stabilendo che per "maggioranza degli elettori votanti", prevista dalla legge istitutiva del referendum si dovesse intendere la "maggioranza dei voti validi", cioè la maggioranza dei consensi, senza contare il numero delle schede bianche e delle nulle, che furono considerati voti non validi. In favore dell'accoglimento del ricorso si pronunciò fra gli altri anche il presidente Giuseppe Pagano il cui voto valeva per due e che poi rassegnò le dimissioni. La principale irregolarità denunciata dai monarchici consisteva nel non aver preso in considerazione il numero delle schede nulle nel calcolo della maggioranza degli elettori votanti. Secondo l'interpretazione sostenuta dai monarchici, infatti, tale espressione doveva intendersi come "la maggioranza dei consensi nella somma dei voti a monarchia, repubblica, schede bianche e schede nulle". Se ciò fosse avvenuto e si fosse tenuto conto del quorum effettivo rappresentato dagli aventi diritto recatisi alle urne e dunque inserendo nel conputo anche le schede bianche e nulle, il vantaggio per la Repubblica si sarebbe ridotto a circa 250 mila voti. 

CASO PAGANO - Nel 1960 Giuseppe Pagano, presidente della Corte di Cassazione il 18 giugno 1946, ma facente parte della fazione risultata minoritaria nella votazione, in un'intervista a Il Tempo di Roma affermò che"il regio decreto istitutivo  del referendum era di applicazione impossibile, in quanto non dava il tempo alla Corte di svolgere i suoi lavori di accertamento, e ciò fu reso ancor più evidente dal fatto che numerose corti di appello non riuscirono a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista". 

I VOTI DEL SUD -L’Italia si ritrovò di fatto spaccata in due: al Nord dove maggiori erano state le ferite della guerra civile fra Repubblica Sociale e Resistenza si registrò una forte affermazione della Repubblica, contrariamente al Centro Nord dove invece vi fu una netta prevalenza della monarchia. 
 
LE ALTRE ACCUSE - Molti prigionieri di guerra si trovavano ancora all'estero e quindi impossibilitati a votare. Secondo l'opinione di molti il referendum sarebbe quindi stato indetto intenzionalmente senza attenderne il rientro.
Parte delle province orientali come Trieste, Gorizia e Bolzano non erano ancora state restituite alla sovranità italiana, e quindi, il risultato sarebbe stato da considerarsi soltanto parziale. Stesso discorso per Fiume, Zara e Pola che in seguito saranno cedute alla Jugoslavia ma che in quel momento erano ancora italiane.  
I primi risultati pervenuti indicavano una netta prevalenza di voti a favore della monarchia, in particolare i rapporti del Corpo dei Carabinieri Reali provenienti direttamente dai seggi elettorali.
Il numero dei voti registrati sarebbe stato superiore a quello dei possibili elettori. In molti comuni i dati anagrafici degli elettori pare non fossero aggiornati dal 1943 fatto questo che avrebbe portato ad un disordine tale nel quale alcune persone avrebbero votato più volte in luoghi diversi, con documenti falsi o con certificati inviati più volte per errore.
2 giugno 1946: tutte le ombre del Referendum Monarchia-Repubblica

DE GASPERI E RE UMBERTO - Re Umberto II dopo la proclamazione dei risultati annunciò di attendere sul trono l’omologazione dei risultati da parte della Cassazione. Il 13 giugno, il Consiglio dei ministri – riunito dalla notte precedente – stabilì però che, a seguito della proclamazione dei risultati datato 10 giugno, da parte della Corte di Cassazione, le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, dovevano essere già assunte dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, nonostante il rinvio della comunicazione dei dati definitivi. Secondo i monarchici, invece, il governo non volle attendere la seduta della Corte di Cassazione fissata per il 18 giugno perché, con questa proroga di tempo, sarebbe stato possibile un ricontrollo delle schede elettorali, ricontrollo che avrebbe portato alla luce eventuali brogli. Re Umberto preferì lasciare l’Italia per scongiurare il rischio di una guerra civile ancora di più dopo che a Napoli, in seguito allo scoppio di rivolte popolari, erano morte due persone in via Medina. 
L'atteggiamento di De Gasperi resta ambiguo. Si sa per certo che il leader Dc abbia votato per la monarchia e nella notte dei risultati abbia inviato una lettera a Falcone Lucifero ministro della Real Casa dando per scontata la vittoria della monarchia sulla base dei primi dati. Poi si rese protagonista della forzatura che portò di fatto ad esautorare il sovrano prima che i risultati della Cassazione fossero confermati definitivamente. Un atteggiamento che Umberto definì alla stregua di un "colpo di stato" e che avrebbe potuto portare l'Italia sull'orlo di una nuova guerra civile che il re preferì scongiurare lasciando l'Italia. 

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