La password della settimana: da Je suis Charlie a I am Charlie

30 giugno 2017 ore 14:20, Paolo Pivetti
“Je suis Charlie” tuonava il mondo, due anni e mezzo fa, nell’unanime condanna del barbarico massacro compiuto da una squadraccia islamica nella redazione di Cherlie Hebdo, rivista satirica parigina. E sugli Champs Elisées sfilavano capi di stato e semplici cittadini, leaders democratici e tiranni che dei diritti umani se ne fregano, stretti in un abbraccio di “fraternité” in nome delle vite troncate.
Oggi, a due anni e mezzo di distanza da quel gennaio 2015, va lanciato un identico grido in nome della vita, questa volta però in inglese: non “Je suis Charlie” ma “I am Charlie”: perché la vita troncata per la quale schierarsi e marciare e urlare è quella inerme di un bimbo di dieci mesi, anche lui di nome Charlie, scritto uguale ma con diversa pronuncia perché inglese. Questa vita viene troncata oggi. E non dall’incurabile sindrome mitocondriale che l’affligge, e che ha, come ogni malattia incurabile, i suoi naturali tempi di peggioramento; ma per la lucida, consapevole decisione dell’equipe medica che ha in cura Charlie. Decisione alla quale i genitori del piccolo si sono opposti con tutte le loro forze. Ma anche il Tribunale ha dato ragione all’equipe medica, e poi una Corte d’appello ha dato ragione al Tribunale. E infine, la sentenza è stata confermata inappellabilmente dalla Corte europea dei diritti umani che siede a Strasburgo. Ma qual è il diritto “umano” che vien difeso da questa sentenza di morte che oggi i medici stanno eseguendo? È, secondo gli estensori, il diritto a non soffrire ulteriormente, in una patologia che, secondo la Scienza, non offre più alcuna speranza di guarigione. Se la vita che resta a Charlie gli si prospetta come sofferenza, che la vita stessa sia eliminata. È un vero capolavoro di umanitarismo illuminista.
La password della settimana: da Je suis Charlie a I am Charlie

Anche se la scelta dei genitori era di condividere la sofferenza di Charlie standogli vicino finché il decorso della malattia lo avesse permesso, la decisione istituzionale è stata di cancellarla, quella sofferenza, cancellando lui stesso dalla vita.
Nemmeno il Papa, seppure sollecitato e provocato, è stato capace di spendere una parola perché si lasciasse vivere a Charlie tutta la vita che la sua straordinaria forza di bambino malato ancora gli concedeva. Eppure, Charlie avrebbe potuto entrare perfettamente in uno dei tanti discorsi contro la “cultura dello scarto” così cari al Pontefice, anche se qui non siamo in una favela sudamericana o in un deserto sub sahariano. No, niente di così vistoso: qui c’è, anzi c’era, soltanto il piccolo Charlie Gard, inglese e figlio d’inglesi, ricoverato nell’attrezzatissimo Great Hormond Street Hospital di Londra, dove hanno ben saputo come eliminare la sua sofferenza: staccandogli la spina.


autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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