Perdono o perdonismo per Riina? Che Dio ci perdoni

08 giugno 2017 ore 10:10, Paolo Pivetti
Forse la Cassazione vuol farci sapere che è stata risucchiata anche lei nella galassia perdonista? Che altro può significare questo sorprendente pronunciamento per concedere a Totò Riina una “morte dignitosa”, liberandolo dal 41 bis e dai tanti ergastoli che si è meritato?
Si discute e ci si accapiglia sull’argomento, e per ciascuno è facile teorizzare. Ma gli unici autorizzati ad esprimere una posizione sono i parenti stretti delle vittime, vittime essi stessi. E se qualcuno dice “no”, non si parli di vendetta. Che c’entra la vendetta? Qui è in ballo un principio molto più alto della vendetta, un principio che si chiama giustizia. Un principio oggi troppo sovente messo sotto le suole delle scarpe. E si resta stupefatti che proprio la Cassazione, sommo
Perdono o perdonismo per Riina? Che Dio ci perdoni
organo designato alla difesa della giustizia, invochi l’eccezione per il boss ormai vecchio e molto malato. E invochi per lui, con nobile sentimento umanitario, una “morte dignitosa”. Ma quanti saranno gli altri poveri, vecchi, sconosciuti ergastolani malati, cui non è dato di accedere a una “morte dignitosa” perché non appartengono allo star-system, e soprattutto non possono permettersi un avvocato che commuova la Cassazione? Dignità: parola qui usata raramente a sproposito. La sola dignità cui possa aspirare Totò Riina è la dignità del pentimento, che lo renderebbe uomo, anziché sanguinario automa della violenza.
Ma se accedesse alla dignità di un pentimento vero, consapevole, forse non chiederebbe più di alleviare le durissime pene che sta scontando. 
La parola perdono ci viene dal latino medievale, non dalla classicità romana. Questo significa che il concetto stesso di perdono era sconosciuto ai Latini. Si praticava, nella Roma classica, la gratia, l’indulgentia, la remissio.
Il perdono e il verbo perdonare nascono dalla spiritualità cristiana. Sono formati, nel latino cristiano medievale, dal verbo donare più il prefisso rafforzativo per: dunque,  chi perdona offre un “di più” del dono. Il perdono è il comandamento più alto del Cristianesimo, tanto che Gesù lo ha inserito nel Padre Nostro. Il perdono “va oltre” la giustizia. Ma non la annulla, anzi la completa, ma dopo che chi ha sbagliato si è pentito e ha pagato. L’eqilibrio tra giustizia e perdono è  delicatissimo, misterioso, e può aver luogo, oltre che nel misterioso cuore di Dio, nell’anima di chi ha subito il torto, che in quanto vittima è un prediletto da Dio, cui Dio conferisce il potere di perdonare.
Ma il nostro mondo è pieno di perdonisti, che profanano il sacro comando del perdono svilendolo ad atto di umanitario buonismo. E la Cassazione sembra proprio attratta dalla forza di gravità di questa galassia.
Che facciamo? Perdoniamo Totò Riina perché è vecchio e malato e ci fa pena? Allora perdoniamo i terroristi islamici per rispetto alla loro cultura; e già che ci siamo, perdoniamo anche Igor, tanto non riusciamo a prenderlo.
Che Dio ci perdoni.

autore / Paolo Pivetti
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