E' morto Guevara, ma chi è oggi il nuovo 'Che'?

09 ottobre 2017 ore 14:42, Luca Lippi
Medico argentino, Ernesto Guevara de la Serna detto il ‘Che‘ è stata una delle grandi figure iconiche del secolo passato. Ormai la memoria del ‘rivoluzionario’ non è certo delle nuove generazioni. Qualcuno fra la vecchia ne conosce bene il pensiero e l’inclinazione, forse anche per questo la figura del Che nel tempo è solo una foto stampata su una maglietta. Guevara fu membro del Movimento del 26 luglio e dopo il successo della rivoluzione cubana assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo per importanza solo a Fidel Castro, suo alleato politico. Ricordiamo che il Che era amico del fratello di Fidel (Raul) solo in seguito presentato al ‘comandante’. 
La leggenda ha fatto di Ernesto Guevara un mito fin troppo esposto, tanto che la sua immagine a 50 anni di distanza dalla sua uccisione, appare un po’ dimenticata. Oggi alle cronache proprio perché ricorre l’anniversario della sua morte. Dopo aver preso parte all’insurrezione cubana tentò di esportare l’esperienza della rivoluzione e della guerriglia in Bolivia. Catturato l’8 ottobre 1967, fu assassinato dai soldati del dittatore Barrientos il 9 ottobre 1967.
Le sue spoglie, ritrovate nel luglio del 1997, riposano nel mausoleo di Santa Clara a Cuba.
E' morto Guevara, ma chi è oggi il nuovo 'Che'?

PERSONAGGIO CONTROVERSO
La figura di Guevara ha suscitato grandi passioni sia in suo favore sia contro: dopo la sua morte è divenuto un’icona dei movimenti rivoluzionari di sinistra. Tuttavia le contraddizioni e la scarsa conoscenza del personaggio stesso da parte di chi lo vorrebbe come un ‘eroe’, offrono un ritratto dell’argentino piuttosto opaca. Al momento ‘l’immagine’ è venerata, e nello specifico la fotografia di Che Guevara, che guarda “idealisticamente” verso l’infinito. Fu scattata da Alberto Korda, fotografo del regime, il 5 marzo 1960 nel corso di un memoriale per le vittime dell'esplosione della nave belga “La Coubre”, ma rimase sconosciuta fino al 1967. Fu l’editore Giangiacomo Feltrinelli a comprarne allora i diritti e a iniziarne la diffusione. L’effige fu utilizzata per la prima volta come simbolo rivoluzionario nel corso di una manifestazione di piazza a Milano nel novembre dello stesso anno.

PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE
Una prima contraddizione è quella di usare l’immagine del Che come simbolo della libertà giovanile. Se ne parla diffusamente e con riscontri individuabili nel libro scritto da due giornalisti brasiliani (Leandro Narloch e Duda Texeira, "Guia politicamente incorreto da América Latina", Leya, San Paolo, 2011). Prima della rivoluzione, Cuba era una Mecca della cultura. Nel 1950 l’isola contava 1.700 scuole private e 22mila pubbliche, che le garantivano il più alto indice di scolarità nell’America Latina. Il 23% del bilancio era speso nell’educazione. Nel 95% delle abitazioni c’era una radio, attraverso cui ci si poteva sintonizzare su oltre 140 canali. Il Paese contava ben sette case discografiche, alcune multinazionali, 600 cinema e 15mila juke box. Gli artisti cubani erano star a Broadway, come le star americane erano di casa a La Havana. Le TV americane trasmettevano in diretta da Cuba, mentre grandi magazzini come Sears Roebuck si facevano pubblicità sui giornali dell’Isola. C’erano più turisti cubani negli USA che turisti americani a Cuba, serviti da ventotto voli giornalieri e quattro traghetti navetta.
Tutto questo all’insegna d’una economia fiorente. Suona strano dirlo, ma gli investimenti cubani negli Stati Uniti, alla vigilia della rivoluzione, superavano il mezzo miliardo di dollari (Louis A. Pérez, "Cuba and the United States. Ties of Singular Intimacy", University of Georgia Press, 2003, p. 208).
Tutto finì nel 1959. La maggior parte degli artisti cubani fu costretta all’esilio, e impedito l’ingresso agli artisti stranieri. Le musiche e le mode americane ed europee furono proibite in quanto “imperialiste”.
Si finiva in un campo di concentramento solo per il fatto di ascoltare rock ‘n roll a casa, oppure di indossare jeans o di utilizzare vocaboli anglosassoni. Iniziò la caccia nelle strade ai ragazzi “capelloni” e troppo “moderni”. Silvio Rodríguez, direttore dell’Instituto de Radio y Televisión de Cuba, fu indotto alle dimissioni per aver citato i Beatles. I cinema chiusero i battenti. A L’Havana ne restò solo uno.
Il Che era il principale istigatore di questa repressione: “Ho giurato davanti al ritratto del vecchio compagno Stalin di non mollare fino a quando non avrò annientato questi polipi capitalisti” (Pedro Corzo, "Cuba: Perfiles del Poder", Ediciones Memoria, 2007, p. 31). Affermando che “per costruire il comunismo occorre creare l’uomo nuovo” ( Ernesto Che Guevara, "Textos políticos", Global, 2009, p. 60), il Che ammetteva come unica musica permessa ai giovani “i cantici rivoluzionari” , ricordando loro che dovevano “concentrarsi sul lavoro, sullo studio e sul fucile (…) abituandosi a pensare e agire come una massa, seguendo le iniziative (…) dei nostri capi supremi”.

CHI POTREBBE ESSERE IL CHE DI OGGI?
Si potrebbe ritrovare un profilo simile a quello del Che rivoluzionario in Viktor Orban, l’Antiamericano. Unico vero antagonista di George Soros, anche quest’ultimo ungherese (nato György Schwartz da una famiglia di ebrei ungheresi e naturalizzato americano). 
Orban vede nella Ue una istituzione distruttiva delle identità, un ‘progetto’ per diluire culture etnie e cancellare la Storia, allo scopo di spegnere ogni possibile focolaio di nazionalismo presente e futuro. Un braccio del pensiero unico di origine statunitense. Forse per questo, Orban, nel bene e nel male, potrebbe essere paragonato al Che. Tuttavia è sempre bene approfondire la conoscenza di tutti i personaggi, prima di associarli a ideologie da trasferire su tatuaggi e simboli. 

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autore / Luca Lippi
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