Allarme Istat, -12mila bimbi nati e squilibri per le pensioni

13 giugno 2017 ore 16:13, Luca Lippi
L’Istat nel suo Rapporto demografico riferito al 2016 regista un calo di 96.981 residenti. La popolazione italiana continua a diminuire nonostante l'aumento dei nuovi italiani che arrivano dall'estero. La riduzione sarebbe stata ancora più incidente se il dato non fosse stato mitigato dall'acquisizione della cittadinanza italiana di una parte sempre più ampia della componente straniera, che invece aumenta di 202 mila unità. Causa di questa forte diminuzione, la cui accelerazione sarebbe ancora più marcata senza l’apporto migratorio, è una dinamica sostanzialmente naturale, in sostanza è la differenza tra il numero delle nascite e quello dei decessi nel 2016. 
Lo scorso anno sono state registrate 473.438 nascite e 615.261 morti e il saldo naturale è quindi in rosso per 141.823 unità. Un calo che ha riguardato anche i due anni precedenti, ma in misura meno accentuata rispetto al 2015. Al costante calo delle nascite, nel 2016 si è affiancata una diminuzione del numero dei decessi, particolarmente elevati due anni fa, ma sempre maggiori rispetto agli anni precedenti del nuovo millennio, nonostante il forte invecchiamento della popolazione.
Allarme Istat, -12mila bimbi nati e squilibri per le pensioni
Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, con la sola eccezione della Provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita si attesta a meno 2,3 per mille e varia dal più 2,3 per mille di Bolzano al meno 7 per mille della Liguria. Anche Molise, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Umbria e Toscana presentano decrementi naturali molto accentuati, superiori al 4 per mille. D'altra parte, il tasso di crescita naturale degli stranieri è pari in media nazionale a 12 per mille. I valori più elevati si registrano in Lombardia (14 per mille) ed Emilia Romagna (14,3 per mille), il valore più basso in Sardegna (7,7 per mille).

Il calo demografico è un problema molto serio A perderci prima di tutti saranno i futuri pensionati che non avranno un’adeguata copertura per garantire il loro assegno pensionistico. In ogni sistema pensionistico c’è gente che fa versamenti pensionistici e gente che incassa la pensione. Il problema dell’Inps è di fare cassa tutti i mesi, per avere i soldi da versare ai pensionati. Per loro il fenomeno dell’immigrazione è provvidenziale, perché immette nel sistema un certo numero di lavoratori che fanno versamenti e non prelievi. Non sono versamenti molto cospicui, e non tutti gli immigrati li effettuano perché molti ancora lavorano in nero, ma è comunque quella boccata di ossigeno che contribuisce al funzionamento puntuale dell’Inps. Se ogni anno arrivano in Italia 500 mila immigrati, lavorano e versano contributi, il sistema regge. Il problema è che un giorno anche questi lavoratori avranno diritto alla pensione. 
Già nel 2030 raggiungeranno l’età pensionabile 200 mila persone che non sono nate in Italia. Nel frattempo siamo passati dal sistema a ripartizione a quello contributivo, e i nuovi pensionati saranno persone che hanno versato poco e per pochi anni, perché di solito hanno cominciato tardi (prima lavoravano in nero). Riceveranno pensioni da fame commisurate a quello che hanno versato, e per ragioni sociali sarà necessario integrare al minimo i loro assegni pensionistici. La fiscalità generale dovrà contribuire.
Nel tempo si sono creati squilibri che col calo demografico delle nascite saranno sempre più evidenti e l’immigrazione non sarebbe comunque sufficiente a sostenere il sistema. Le regole del gioco del lavoro e del pensionamento sono state fissate pensando a un equilibrio fra le generazioni. Quando è stata fissata l’età pensionabile e l’importo dei trattamenti, i conti tornavano: entravano nel mondo degli attivi più soggetti di quanti ne uscivano. Le baby pensioni sono il frutto dell’illusione che il numero dei nuovi lavoratori che facevano versamenti sarebbe sempre stato di molto superiore a quello di chi si ritirava, e il sistema sarebbe rimasto sostenibile. Ma l’alterazione dei meccanismi del ricambio generazionale ha provocato un profondo squilibrio. 
Nel 2030 un milione e 50 mila nati del 1964 avranno l’età per la pensione, ma dietro di loro non ci saranno un milione di nuovi lavoratori. Certo, se entrassero 500 mila persone che hanno una capacità di versamenti doppia di quella attuale, il sistema continuerebbe a reggere. Ma non è così. Ci troviamo in una situazione in cui la proporzione fra popolazione in età di pensione e popolazione in età di lavoro si riduce: attualmente abbiamo tre lavoratori per ogni pensionato, ma fra vent’anni ne avremo solo due per ogni pensionato. E contemporaneamente la produttività del lavoro e il Pil non crescono. Perciò una proporzione crescente di Pil è destinata alle pensioni e alla previdenza. Se la torta del Pil resta sempre la stessa, la fetta destinata alle pensioni è destinata a diventare più grossa. Solo se c’è crescita la fetta può diventare più sottile. A meno che non si decida di ridurre i trattamenti pensionistici. 
Questi rischi per la stabilità del sistema erano già noti ai tempi della Prima Repubblica, i primi studi sono del 1980, ma nessuno si è mai assunto la responsabilità di interventi sul versante demografico. 

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autore / Luca Lippi
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