Usa Facebook a lavoro, licenziato dopo un post per "danno all'azienda"

14 giugno 2017 ore 13:45, Micaela Del Monte
Facebook croce e delizia a lavoro. Se infatti spesso usiamo il social come "svago" nelle ore di lavoro a volte si rischia grosso se si affidano pensieri alla grande F mentre si sta lavorando. E' quello che è successo ad un lavoratore di 42 anni della Vibac di Termoli (Campobasso) che è stato licenziato per essere entrato sul suo profilo Facebook durante il turno di lavoro in fabbrica. 

Usa Facebook a lavoro, licenziato dopo un post per 'danno all'azienda'
A rendere nota la vicenda è stato il segretario regionale della Filctem-Cgil Molise, Lino Zambianchi. "Quella che 4 anni fa aprì una procedura di licenziamento collettivo per chiusura dello stabilimento, ottenendo con questa minaccia (rivelatasi poi infondata) che i lavoratori rinunciassero a qualche migliaio di euro all’anno ottenuti con la contrattazione di secondo livello, ha licenziato un padre di famiglia. Il diritto dell’azienda di disporre del destino di un padre di famiglia con moglie e due figli però, dovrebbe essere esercitato contestando violazioni gravi e verificabili. In questo caso invece l’azienda ha prima irrogato al lavoratore una sanzione di due giorni di sospensione per dei post su Facebook ritenuti offensivi dalla stessa e poi, dopo che il lavoratore era stato indotto da ciò a comportarsi bene, anche grazie all’intermediazione della Cgil, lo ha colpito durissimo imputandogli dei presunti accessi durante l’orario di lavoro, sempre su Facebook. Ora, al di là del fatto dell’indimostrabilità degli accessi senza la geolocalizzazione resta incomprensibile il danno provocato all’azienda che non viene né menzionato, né descritto".

Secondo il sindacalista la Vibac non avrebbe in alcun modo dimostrato il presunto danno provocato dal lavoratore. In compenso, tuttavia, nello stabilimento ci sarebbero situazioni potenzialmente pericolose per i lavoratori: "È diventato tabù parlare di montagne di materiale stipate dappertutto e senza criterio con grave compromissione della sicurezza sul lavoro, sennò l’azienda si incattivisce più del dovuto. Se poi a ciò aggiungiamo più di 50 cambi di mansione praticati negli ultimi anni (tra cui anche qualche RSU), il quadro diventa più chiaro sull’aria che si respira in Vibac".

"Il diritto dell’azienda di disporre del destino di un padre di famiglia - osserva il sindacalista - dovrebbe essere esercitato contestando violazioni gravi e verificabili. Ora, al di là del fatto dell’indimostrabilità degli accessi senza la geolocalizzazione resta incomprensibile il danno provocato all’azienda che non viene né menzionato, né descritto". Intanto l’organizzazione sindacale ha annunciato uno sciopero nei prossimi giorni "per restituire - afferma - un minimo di dignità a chi viene privato dei mezzi per sopravvivere con un licenziamento ingiusto".

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