Nuove scoperte sessuali su "Lucy", dalle orme la prova della poligamia

15 dicembre 2016 ore 9:16, Micaela Del Monte
Una scoperta che potrebbe cambiare la storia è stata fatta da un'equipe di studiosi, in gran parte italiani che ha rinvenuto e studiato una serie di impronte lasciata da antichi antenati dell'uomo che abitavano l'Africa 3,6 milioni di anni fa: un ritrovamento che si aggiunge alla straordinaria scoperta di "Lucy", avvenuta quasi 40 anni fa. Stando alla scoperta sembra che la specie a cui apparteneva la famosa Lucy avesse una struttura sociale simile a quella dei gorilla, specie poligama ad alto dimorfismo sessuale, e non a quella di scimpanzé e bonobo, che sono promiscui, o degli esseri umani moderni. 

Nuove scoperte sessuali su 'Lucy', dalle orme la prova della poligamia
"Le vecchie impronte rinvenute negli anni settanta da Mary Leakey avevano portato a numerose interpretazioni, la più famosa delle quali è quella della coppia di ominini che passeggia col braccio di lui sulla spalla di lei seguiti da un terzo individuo di medie dimensioni
- ha spiegato Giovanni Boschian dell'Università di Pisa - Le tracce appartenevano infatti a tre individui, due che procedevano affiancati (grande e piccolo/maschio e femmina) e il terzo (il medio) che camminava nelle impronte del più grande. Le nuove orme, ritrovate a circa 150 metri dalle vecchie, appartengono ad altri due individui, uno molto più grosso degli altri, probabilmente un maschio, l'altro di medie dimensioni. Ne consegue che probabilmente non si trattava di una famigliola formata da una coppia monogamica padre-madre più figlio, ma di un gruppo costituito da un grande maschio dominante e vari altri individui di vari sessi e dimensioni".

Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista di Laetoli è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni settanta. Questa nuova prova, associata alla precedente, permette dunque d’immaginare un gruppo di omininidi bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana. Le orme del grosso maschio sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo dimensioni corporee che lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri. L’ipotesi è dunque che il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani, fatto che porta a smentire la ricostruzione classica. La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi ominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti.

"Il dimorfismo sessuale si ricava dalla lunghezza delle impronte e dalla lunghezza del passo”, ha spiegato a "Le Scienze" Giorgio Manzi, professore di paleoantropologia presso il Dipartimento di biologia ambientale della Sapienza Università di Roma e autore senior dell'articolo apparso su "eLife". “All'interno del campione che si ottiene combinando le nostre scoperte con quelle degli anni settanta si ottengono in totale cinque individui di tre taglie diverse: presumibilmente un maschio, una femmina e individui in età di accrescimento; il dato fondamentale è che tra il presunto maschio e la presunta femmina c'è un grande divario in termini di dimensioni”.

Si tratta quindi di una conclusione che s'inserisce in un quadro di conoscenze, a partire dalla descrizione dell'olotipo, cioè del reperto di riferimento della specie A. afarensis, scoperto proprio nel sito di Laetoli. “In questo senso si tratta di una conferma indipendente”, ha commentato Manzi. “Sul tema esisteva già un vivace dibattito tra i paleoantropologi: da una parte quelli che sottostimano le differenze osservate e dall'altra quelli che invece le valutano appieno; e questo nuovo studio sposta il piatto della bilancia a favore dei secondi”.

Le implicazioni per il modello paleoantropologico di A. afarensis sono diverse. “Agli occhi di un paleoantropologo, il dimorfismo sessuale ha un profondo significato, perché, come emerge da un'ampia mole di dati biologici, richiama alla struttura sociale e alle strategie riproduttive”, sottolinea Manzi.
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