Che fine ha fatto Roberto Castelli?

19 maggio 2016 ore 15:50, intelligo
di Anna Paratore

Non è vero che tutti gli uomini politici sono attaccati alla loro poltrona al punto di non volerla mollare mai. Ce ne sono anche di quelli che a un certo punto, senza che niente e nessuno li obblighi ma anzi, pur avendo davanti a sé ancora una carriera che promette grandi soddisfazioni, si dicono stanchi, forse delusi da quel mondo che ormai ben conoscono, o anche semplicemente demotivati e perciò scelgono il passo indietro, e tornano a fare a  fare quel che facevano prima della discesa  nell’agone politico.
Un esempio abbastanza clamoroso è quello dell’ex senatore nonché già Ministro di Grazia e Giustizia, il leghista Roberto Castelli. E’ l’inizio il 31 di dicembre del 2012 quando arriva alle stampe questo suo comunicato: “Sto passando l’ultima notte dell’anno in questo bellissimo luogo. Da quassù tutto è più lontano e sfumato. Ora posso dirvi ciò che ho già detto a Maroni, Bossi e al Consiglio Federale. Ho deciso di non ricandidarmi più in Parlamento. Dopo sei legislature largo ai giovani. Torno a fare il militante semplice. Tantissimi auguri a tutti. Il 2013 sarà un anno molto duro. Dobbiamo resistere.” Poi, raggiunto telefonicamente dai giornalisti, aggiunge: “Se in passato ho fatto il politico a tempo pieno ora la mia vita è cambiata, faccio l’ingegnere a tempo pieno, sono colmo di impegni lavorativi e le mie presenze in Consiglio Comunale si sono sempre più ridotte. Non mi è mai piaciuto svolgere male i miei compiti e non volevo che per colpa mia facesse brutta figura il gruppo, così, dopo aver consultato i compagni di partito, ho preso la mia decisione”.
Che fine ha fatto Roberto Castelli?
Eppure, l’esperienza politica di Roberto Castelli non si può dire che fosse stata negativa. Classe 1946, nativo di Lecco, lombardo nel sangue, Castelli si laurea in ingegneria meccanica presso il Politecnico di Milano, e lavora per trent’anni nel campo dell’acustica applicata
accumulando una esperienza che lo porta a partecipare ai progetti del CNR e ai lavori per il varo dei regolamenti CEE in qualità di consulente della Commissione europea.  A metà degli anni ottanta, poi, scopre la politica. Aderisce nel 1986 alle Lega Lombarda di Bossi e ne diviene socio militante.  

Comincia da lì la sua scalata agli alti incarichi, da prima come presidente della sezione provinciale di Como, quindi nel 2002 come Presidente della Lega Lombarda stessa. Nel 2010 fa parte del comitato della tesoreria del partito divenuto Lega Nord, e affianca Francesco Belsito, l’uomo che poi verrà inquisito per aver elargito fondi neri alla famiglia Bossi. Intanto, Castelli che nel 1992 è diventato deputato, rieletto poi nel 1994 nel collegio uninominale di Lecco, torna in parlamento nel 1996 come senatore, eletto questa volta nel collegio Lecco-Bergamo, divenendo così il “Senatore di Pontida”, colui che sovrintende ai raduni leghisti che si organizzano nella nota località lombarda. 
Ma la carriera di Castelli non si ferma qui. Dopo essere stato vicepresidente del gruppo parlamentare della Lega Nord alla Camera, dal 1999 al 2001 è presidente dello stesso gruppo al Senato e nel 2000 è tra i promotori della coalizione della "Casa delle Libertà", fondata su un accordo tra la Lega e gli altri partiti del centrodestra, di cui è vicepresidente già dal momento della sua costituzione. Arriva poi anche la consacrazione a livello nazionale quando Castelli diventa Ministro di grazia e giustizia nel secondo governo Berlusconi (2001/2006), riconfermato nel prestigioso ruolo nel terzo governo Berlusconi dopo essere stato rieletto per la quarta volta in Parlamento in occasione delle elezioni politiche del 2001.
Di questo periodo restano note alcune sue battaglie soprattutto contro certi provvedimenti UE che come molte cose decise dal parlamento europeo, lasciano parecchie perplessità. La battaglia tra Castelli e gli organismi europei sembrerebbe incentrarsi sul mandato di cattura europeo, che la Lega non vuole e non perché come qualcuno millanta “cerca di difendere i delinquenti”, ma solo perché all’interno del provvedimento vi sono alcuni passaggi che aprirebbero la porta a ben altre questioni. Riguardo a ciò, Castelli spiegherà che “tra i trentadue reati proposti c'è quello di razzismo e xenofobia: chi decide a livello europeo chi è razzista e chi no? Chi garantisce, ad esempio, i cittadini che scenderanno in piazza domani?”, e spiega: “Se non mi fossi opposto al mandato di cattura europeo, avremmo corso il rischio di avere un vero e proprio reato di opinione su razzismo e xenofobia. Tutti avrebbero rischiato di essere arrestati da un qualsiasi magistrato europeo di sinistra, e vi assicuro che ce ne sono molti, solo perché decisi magari a manifestare contro l'immigrazione clandestina”.   
In pratica,  una sorta di anticipazione delle problematiche che sarebbero sorte da lì a qualche anno, e con le quali ancora ci dibattiamo senza trovare una via d’uscita. Sarà forse proprio per questo che Castelli a un certo punto ha scelto di mollare? E’ possibile che si sia reso conto di quello a cui stavamo andando incontro e abbia deciso che lottare contro i mulini a vento, come accade, sia frustrante e inutile? Possibile che avesse capito, primo tra i primi, quanto possa essere “pesante” la UE?
Chissà.  Potrebbe non essere così improbabile. In ogni caso è la dimostrazione che di “politica praticata” si può anche guarire.  Tutto sta volerlo.

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