La parola della settimana è: eutanasia e fine vita dopo Dj Fabo

02 marzo 2017 ore 12:41, Paolo Pivetti
Dopo la morte volontaria di Dj Fabo, messa in atto in una clinica svizzera, si alzano da ogni parte voci che chiedono anche per l’Italia, “come per tutti i paesi civili”, una legislazione sul fine vita
La parola della settimana è: eutanasia e fine vita dopo Dj Fabo
Il linguaggio vilmente ipocrita della politica evita le parole chiare: è la morte che ci aspetta alla fine della vita, non il fine vita, neologismo che somiglia a un segnale stradale o all’indicazione del capolinea di un tram. Ma la neutralità non certo casuale dell’espressione tocca meno l’emotività, e contribuirà domani a far passare decisioni legislative drammatiche o discutibili. Se ne ha sentore anche nella sproporzionata esposizione mediatica del caso, quasi si dovesse preparare il terreno. 
È nelle parole, nella loro origine e nella loro storia, che si trovano le tracce di quella verità che i politici tendono a nasconderci. E in questo doloroso intreccio di sofferenza umana la parola chiave non è fine vita ma eutanasia.
È, oggi, un termine scientifico che però sembra appartenere al linguaggio della pietà. Certamente per via di quel prefisso eu- che, come tutti ben sappiamo, ci proviene dall’antica lingua greca, nostra madre e progenitrice culturale, ed è un aggettivo che significa buono. Poi c’è la seconda parte della parola, -tanasia, che ci riporta a thànatos, che sempre in greco significa morte. Mettendo insieme i due elementi, abbiamo dunque il concetto, in sé tranquillizzante e consolatorio, di buona morte. 

E in questo senso il vocabolo fu utilizzato nei secoli primitivi della nostra lingua, cioè fino a tutto il Trecento. Stava ad indicare “la morte bella, a cui si va incontro come a cosa giusta, con sereno spirito di accettazione” come spiega anche la Treccani. Ma successivamente, già con Francesco Bacone, filosofo inglese del Seicento, nasce una diversa interpretazione: l’eutanasia (euthanasia anche in inglese) assume i connotati di una morte che può esser procurata, per alleviare il dolore, una volta riconosciuta l’imminenza della fine, con la somministrazione di opportuni farmaci. Da questa affermazione di libertà laica, e da tutte le successive evoluzioni, il sorgere di infinite controversie morali e teologiche: inaccettabile, per la coscienza cristiana, togliere all’uomo la consapevolezza proprio nel momento in cui egli ne ha maggior bisogno. E poi, e ancora prima, se la vita è dono di Dio, non spetta all’uomo il diritto di toglierla, né di togliersela, anche in presenza dei più atroci dolori. Questo l’oggetto del contendere teoretico, che si è trascinato fino ai giorni nostri ed è diventato oggi, per nostra sventura, contendere ideologico. Al di là del quale c’è però ancora, grazie a Dio, la solitudine della coscienza umana di fronte alla morte, che non ha bisogno di esposizione mediatica ma di silenzio, e sulla quale nessuno ha diritto di dare giudizi. Tantomeno un Parlamento cui è grottesco far fretta perché approvi una legge sul “fine vita”.

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autore / Paolo Pivetti
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