Massaggio cardiaco: quando sospendere tentativi di rianimazione

02 settembre 2015, Americo Mascarucci
Massaggio cardiaco: quando sospendere tentativi di rianimazione
 Quando un paziente è colpito da arresto cardiaco e non si riprende dopo un determinato lasso di tempo inutile insistere, e sospendere i tentativi per rianimarlo non corrisponderebbe automaticamente ad una carenza di intervento. Secondo uno studio giapponese presentato a Londra, in occasione del congresso annuale della European Society of Cardiology (Esc), lo stesso congresso in cui sono state evidenziate le possibili cause della morte cardiaca improvvisa, sarebbe inutile insistere nelle manovre di rianimazione se dopo un certo tempo il paziente non si rianima. Si tratta di un argomento a lungo dibattuto in ambito scientifico.

Il ricercatore giapponese Yoshikazu Goto dell’University Hospital di Kanazawa ha condotto un apposito studio con l’intento di valutare quale dovrebbe essere la durata ideale dell’intervento rianimatorio, per ottenere la più alta percentuale di sopravvivenza e il minore numero di danni neurologici a distanza. Lo studio ha coinvolto oltre 17 mila pazienti che sono stati sottoposti a queste procedure, praticate dal personale dei servizi di emergenza o da medici al di fuori di ambienti ospedalieri. Le probabilità di successo di un massaggio cardiaco diminuiscono in base alla capacità di ripresa. Quindi, più aumentano i minuti in cui il paziente non si riprende, minori sono le possibilità di successo. 

Ecco perché dopo un tempo massimo di 35 minuti secondo l’esperto diventerebbe inutile proseguire le manovre, senza incorrere nell’accusa di non aver fatto tutto il possibile per salvarlo. Lo studio ha preso le mosse analizzando la durata della rianimazione, ossia il momento in cui la circolazione sanguigna riprende spontaneamente, in relazione alla sopravvivenza del paziente dopo un mese e ai danni neurologici prodotti sempre a distanza di un mese. Esame svolto su pazienti colpiti da arresto cardiaco. 

Quindi da ciò si dedurrebbe che l’intervento debba essere tempestivo, le manovre debbano iniziare al più presto perché ogni minuto perso potrebbe rivelarsi fatale. Se il paziente però non riuscisse a rianimarsi in un tempo massimo di 35 minuti inutile insistere, anche perché proseguendo le manovre in un tempo superiore a quello calcolato, diventerebbe maggiore il rischio di danni neurologici altrimenti contenuti. In questo modo il medico avrebbe fatto tutto il possibile per salvare la vita al malato e non potrebbe essere accusato di negligenza ma nel contempo eviterebbe anche il rischio di causargli più danni che benefici.
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