Inghilterra, nel Paese dove votare non è un trauma

20 aprile 2017 ore 14:14, intelligo
Inghilterra, nel Paese dove votare non è un trauma
Un’altra bella differenza, antropologica più che politica, tra Italia e Inghilterra. Qui da noi, la scadenza elettorale è vissuta in modo drammatico: si sa che c’è il limite, non oltrepassabile, di cinque anni per la durata della Legislatura, ma l’esperienza ha dimostrato che solo fino al 1968, cioè per le prima cinque legislature repubblicane, non ci sono stati scioglimenti anticipati. Dopo, a partire dal 1972, la durata è stata quasi sempre variabile, una data da negoziare tra i maggiori partiti con interventi, più o meno marcati, del Capo dello Stato perché “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse” (Art. 88). L’articolo è ambiguo perché è chiaro nel contenuto (scioglimento) ma non nelle circostanze di applicazione. Dire semplicemente che “può” decidere di sciogliere anticipatamente le Camere significa attribuire al presidente della Repubblica una supervisione dell’intera situazione politica e, infatti, gli è stato attribuito informalmente il titolo assai vago di “custode” del buon funzionamento degli organi costituzionali. Ma un articolo che configura un così alto potere non poteva non rafforzare il ruolo del suo titolare, come infatti è accaduto da Oscar Luigi Scalfaro in poi.

La tesi che il Capo dello Stato metta mano all’art. 88 quando si accorge che in Parlamento non è possibile formare una maggioranza a sostegno del Governo, come richiesto dal nostro sistema che è, formalmente, parlamentare, non ha retto di fronte ai fatti: si sono avuti scioglimenti anticipati anche senza verificare la possibilità di maggioranza alternative. Inversamente, sono state negate elezioni anticipate quando in Parlamento si erano formate maggioranza del tutto diverse da quelle uscite dalla precedente consultazione elettorale. Quindi la data delle elezioni è diventata la variabile indipendente del sistema politico italiano e ha politicizzato la figura, altrimenti descritta “super partes”, del Capo dello Stato poiché la sua decisione di mantenere in vita la Legislatura fino alla scadenza naturale di cinque anni o di interromperla, da fatto tecnico è diventata un fatto politico al quale i partiti non possono restare indifferenti. La fissazione del voto, infatti, non coglie tutte le forze politiche nelle stesse condizioni di consenso: alcune possono trarre vantaggio da un voto anticipato e altre no. Lo stesso accadrebbe se il voto fosse a scadenza rigorosamente fissa, ma questo sarebbe noto in anticipo e non creerebbe né vantaggi né svantaggi. L’ambiguità del dettato costituzionale si è trasferita nella politica quotidiana tanto è vero che tutti i partiti vivono come un trauma permanente l’incertezza della scadenza elettorale e le grandi manovre dei partiti, nonché dei loro leader, si muovono cercando di far coincidere il voto con il momento del massimo consenso o di rinviarlo il più possibile nel caso in cui ne temano l’esito.

Inghilterra, nel Paese dove votare non è un trauma
Nel Regno Unito, patria del parlamentarismo, tutto è più lineare. Il pallino è in mano al Premier il quale sa che la sua premiership dipende dal suo partito. Quindi è nei confronti di questo che prende le sue decisioni: lo vuole dotato di ampia maggioranza alla Camera dei Comuni e fedele poiché, in caso contrario, gli risulterebbe difficile o impossibile governare. Theresa May ha un compito chiaro: negoziare, al meglio per il suo Paese, l’uscita dalla Ue. Ma per questo ha bisogno di un partito (Tory) dotato di ampia maggioranza (adesso ha solo 12 voti di maggioranza) e pronto a seguirla (adesso invece c’è una fronda consistente). Perciò ha deciso – coerentemente con il sistema parlamentare – di andare al voto anticipato. È ovvio che tutto può succedere, ma il suo calcolo è di conquistare una larga maggioranza di un centinaio di voti e di averla più compatta nel negoziato sulla Brexit. Cioè: guidare per i prossimi cinque anni un governo forte e compatto.

Le leggi e la consuetudine glielo consentono. E quindi gioca la sua partita. Senza traumi. In Italia si è tentata una riforma costituzionale mirante a rafforzare il potere esecutivo, ma si è incagliata, fra l’altro, su due questioni. La prima, se rafforzare il Governo in quanto tale (premio di maggioranza, corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge governativi); la seconda, se rafforzare il Premier (nomina e revoca degli incarichi ministeriali). Entrambe le questioni sono risultate divisive perché le segreterie dei partiti non hanno voluto rinunziare ai propri privilegi (formazione di liste semibloccate). Ma, soprattutto, non si è voluto intaccare il potere del Quirinale sullo scioglimento anticipato delle Camere: argomento poco dibattuto ma di importanza vitale. Toglierlo al Presidente della Repubblica, infatti, significherebbe ridurlo a un ruolo poco più che onorifico: e questo sconvolgerebbe gli equilibri istituzionali su cui si fonda la Repubblica che nessuno osa toccare. Ora, se c’è stata una ragione di fondo per la vittoria del NO al referendum è stata (anche) questa: che la riforma era parziale e incoerente, cioè timida e costruita su un compromesso, quindi non risolutiva. Per fortuna non siamo caduti dalla padella alla brace; ma siamo rimasti a friggere nella padella.

di Alessandro Corneli

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