Fisco: italiani in lite per 34mld, un caso su tre riguarda la casa, urge riforma?

22 febbraio 2016 ore 12:13, Luca Lippi
Il computo del contenzioso tributario degli italiani con il Fisco per l’anno 2015 totalizza l’importo di 34 miliardi di euro, lo rende pubblico Mario Cavallaro presidente della Corte di giustizia tributaria durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. 22 miliardi di contenzioso è l’importo pendente nelle commissioni Provinciali mentre 12 miliardi è la pendenza totale davanti alle commissioni regionali. Dato lievemente negativo quello che dopo una lieve flessione del 2014 nel 2015 il contenzioso ha ripreso a crescere (+5%), 261.186 i nuovi ricorsi iscritti a ruolo, di cui 191.244 nel grado provinciale e 69.942 in quello regionale. Il totale di tutti i ricorsi pendenti al 31 dicembre 2015 è 538.191 (393.627 nel grado provinciale e 144.564 in quello regionale). 
A tale proposito Cavallaro sottolinea tempi medi di attesa nella risoluzione delle pendenze di circa tre anni, c’è però da precisare che per il contribuente non si traduce affatto nella risoluzione delle questioni. È solamente l’interruzione di un iter che rientra nell’eccessiva complessità burocratica della macchina amministrativa. In buona sostanza, le pendenze sarebbero assai superiori se non ci fosse l’ostativa dei tempi biblici di risoluzione delle controversie, spesso dedite ad incagliarsi nei passaggi da un ufficio all’altro che sono sulla carta “vicini nelle competenze” ma lontani nelle procedure di raccordo.

Fisco: italiani in lite per 34mld, un caso su tre riguarda la casa, urge riforma?
I tributi locali rappresentano il 30% delle liti degli italiani con il fisco. E tra le materie del contendere quasi un ricorso su 5 riguarda le tasse sulla casa. Oltre il 70% delle liti riguarda invece contenzioso sui tributi versati alle casse dello Stato. Al top dei ricorsi contro l’erario l’Irpef (35%), seguita da Irap e Iva (entrambe al 13%). Sulla quota di ricorsi sui tributi locali il 50% riguarda addizionali e balzelli locali vari, ma la seconda voce più corposa (17%) è rappresentata dai tributi sulla proprietà immobiliare, seguita dalle tasse sui rifiuti e sulle auto (entrambe al 12%).
Il Presidente della Repubblica avrebbe esortato (con un messaggio fatto giungere alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario) il corretto rapporto tra cittadini e istituzioni. “Il rapporto tra fisco, cittadini e soggetti economici richiede al giudice tributario competenze e professionalità sempre più accentuate e sono certo che il Consiglio continuerà a vigilare sulla professionalità dei giudici”. A questo messaggio si associa il Presidente Cavallaro che esorta una riforma del processo tributario: “La giurisdizione tributaria deve essere oggetto di una riforma di sistema, c’è la necessità di una magistratura altamente specializzata per affrontare la complessità e delicatezza dell’attività. Ogni riforma non può prescindere da quello che è lo status del giudice tributario”, aggiunge evidenziando anche gli “attuali compensi totalmente inadeguati per i giudici tributari, occorre poi avviare una nuova selezione di giudici”.
A tale proposito il Primo Presidente della Corte di Cassazione avrebbe proposto di tagliare la testa al toro: “Sembra legittimo ripensare, con spirito innovativo, all’intero sistema della giustizia tributaria di merito come giurisdizione speciale e chiedersi se, nel perverso intreccio fra il proliferare delle fonti normative e le variegate letture giurisprudenziali, non sia preferibile istituire presso i tribunali e le corti d’appello sezioni specializzate in materia di tributi”. L’affermazione è puntuale, laddove è inutile stare a perdere tempo a formare nuovi magistrati quando ce ne sono in abbondanza all’interno del circuito della magistratura ordinaria. La soluzione sarebbe piuttosto quella di snellire le partiche e impedire che i ricorsi finiscano in Cassazione (di fatto traslocando dalle commissioni sempre presso gli organi di giurisdizione ordinari) intasando la Giustizia e allungando i tempi di risoluzione che sono assai più dannosi degli esborsi presunti indebiti dai ricorrenti.
Ci sarebbe poi da risolvere la questione della iscrizione delle cartelle esattoriali emesse dagli organi impositori nelle voci dell’attivo del bilancio dello Stato. Spesso questa pratica serve a sanare falle di bilancio senza necessariamente muovere denaro contante, togliere questa possibilità alla ragioneria generale per far quadrare i conti agevolerebbe la velocizzazione della risoluzione delle pendenze oltre le sempre più numerose sviste e produzione di “cartelle pazze”.

autore / Luca Lippi
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