Due papà per un figlio di madre surrogata: sì dal Tribunale di Roma

22 marzo 2016 ore 19:08, Andrea Barcariol
E’ ancora un tribunale, un giudice a riempire il vuoto della politica. Il tema è quello sul quale proprio la politica si è arrovellata per mesi attorno al controverso ddl Cirinnà, passato al Senato ma senza la stepchild adoption. E in tema di adozioni per le coppie dello stesso sesso relativamente al figlio di uno dei due partner, arriva la decisione del Tribunale per i minorenni di Roma che per la prima volta si pronuncia sul caso di una coppia di padri gay. Come? Il caso è questo: un uomo aveva chiesto e giusto ieri ottenuto dal Tribunale, il riconoscimento del diritto di adottare il figlio del compagno concepito all’estero attraverso la maternità surrogata, alias “utero in affitto”. Il bambino oggi a tre anni e mezzo ed è stato concepito in Canada a titolo gratuito. I due padri si sono sposati prima in Canada e poi in Spagna, quindi si sono iscritti nel Registro delle unioni civili in Italia, nella città dove vivono. Con la madre “surrogata” sono rimasti in contatto e sono andati anche a visitarla insieme al figlio. 

Due papà per un figlio di madre surrogata: sì dal Tribunale di Roma
Si tratta di una coppia stabile che vive insieme da dodici anni. Il bimbo oggi frequenta l’asilo ed è stato battezzato nella chiesa del quartiere. Non solo, ma da quello che si è potuto capire, sarebbe a conoscenza del modo in cui è venuto al mondo. La sentenza è stata emessa da un giudice donna che a inizio anno è andata in pensione, secondo cui l’adozione del bambino da parte del partner del padre biologico fosse nell’interesse del minore e fosse compresa in quei “casi particolari” previsti dalla legge vigente sulle adozioni (alla Camera il Pd ha presentato il testo di riforma della norma che prevede tra l’altro l’introduzione della stepchild adoption). Nella sentenza del Tribunale per i minorenni si fa riferimento ad un “ambiente di crescita adeguato” e pure della condizione di “totale integrazione” del piccolo nel “nucleo familiare”. Inoltre, nella sentenza si legge: “Non sono nè il numero né il genere dei genitori a garantire di per sè le condizioni di sviluppo migliore per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano”. La decisione del giudice ha valore definitivo in quanto sono scaduti i termini per l’appello. Ma se ne parlerà ancora a lungo. 
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