Dopo le ossa per allenare i chirurghi, in 3D finiscono le cellule tumorali al microscopio

23 febbraio 2016 ore 11:05, Lucia Bigozzi
Prima fu un osso fratturato, i polmoni o il cuore ricostruiti e stampati in 3 dimensioni per far allenare, diciamo così, i chirurghi. Abbiamo imparato che grazie all’uso della modellazione tridimensionale e delle stampanti 3D siamo in grado di produrre a partire da immagini Tac o Risonanza magnetica, parti anatomiche. Ma non solo. Ora gli sviluppi del 3D entrano in un microscopio e "misurano" le cellule tumorali studiando come interagiscono con l'ambiente che le circonda. La svolta viene da uno studio americano pubblicato su “Developmental Cell”. Forse siamo vicini all'addio delle foto delle cellule inserite su superfici bidimensionali dei vetrini da laboratorio. “L'ambiente influisce fortemente sul comportamento cellulare e il valore degli esperimenti di coltura cellulare sui vetrini dovrebbe almeno essere messa in discussione - sostiene Reto Fiolka, autore senior dello studio e scienziato all'University of Texas Southwestern Medical Center. Il nostro microscopio è uno strumento che ci può portare a una più profonda comprensione dei meccanismi molecolari che guidano il comportamento delle cellule del cancro, dal momento che permette immagini ad alta risoluzione in ambienti tumorali più realistici”. 

Dopo le ossa per allenare i chirurghi, in 3D finiscono le cellule tumorali al microscopio
Lo studio è stato eseguito su un campione di pazienti con vari tipi di cancro della pelle. I ricercatori hanno notato l’insorgere di piccole protuberanze, simili a vesciche. Ed è stato grazie alla super-tecnologia applicata, perché diversamente, nel tradizionale vetrino non sarebbe stato possibile individuare. Per acquisire questo tipo di informazioni, è stato necessario un ambiente tridimensionale, diverse linee cellulari di melanoma e cellule di tumore primario. Insomma uno zoom profondissimo per scoprire cosa accade dentro la cellula tumorale. La risposta gli studiosi l’hanno sintetizzata nel cosiddetto fenomeno “blebbing”, quello in sostanza che potrebbe aiutare le cellule tumorali a sopravvivere o quanto meno a muoversi. Di qui la consapevolezza che proprio questo elemento possa essere centrale nel livello di aggressività delle cellule del tumore della pelle, ma anche alla resistenza ai farmaci che alcuni pazienti hanno manifestato. 

Altra informazione preziosa, per i traguardi della ricerca: secondo i ricercatori, si tratta del primo passo verso la comprensione della biologia 3D nei microambienti tumorali. Il prossimo step? Sviluppare potenti piattaforme computerizzate per estrarre e “vivisezionare” l'informazione. Infine un aspetto significativo: software e codice per l'analisi delle immagini sono disponibili gratuitamente per la comunità scientifica.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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