Gay, omosessualità per G. Ponte: "Non è un’identità, ha una ragione. Stimo libertà Povia e De Mari"

25 gennaio 2017 ore 11:26, Marta Moriconi
#GiorgioPonte è uno scrittore affermato e da poco è uscito il suo nuovo #romanzo online e autoprodotto "LEVI. Sotto il Cielo della Palestina" dopo il successo ottenuto con "Io sto con Marta". IntelligoNews lo ha intervistato per parlare con lui di #omosessualità, a partire dalla sua (ma vedremo la lezione che dà a tutti, giornalisti compresi), di media e anche di Sanremo. Nella conversazione si affronta l'ultimo caso che ha fatto discutere, quello della dottoressa Silvana #DeMari, la dottoressa endoscopista e psicoterapeuta che è stata ospite a La Zanzara su Radio 24 dicendo la sua sui gay e facendo scattare subito una petizione perchè "sia radiata dall'Ordine dei medici"; poi si passa alla famosa canzone di Povia 'Luca era Gay' che tanto fu criticata ma che per lio "ha aperto una strada e per questo lui ha pagato, ma un giorno la storia gliene renderà merito. Oggi, per ciò che vale, lo farò io a nome di tutti quei fratelli che hanno avuto una voce grazie al suo coraggio". Ultima lezione di buon senso la dà sulla “fuidità relazionale” di Michele Bravi, così chiarisce a tutti di cosa stiamo parlando e di come parlarne. 

Da scrittore, e quindi artista della penna, quanto è stanco è di essere etichettato come gay, anzi omosessuale? 

Gay, omosessualità per G. Ponte: 'Non è un’identità, ha una ragione. Stimo libertà Povia e De Mari'
"Terribilmente stanco. Le ragioni per cui non sopporto questa etichetta sono almeno due. Una è semantica, di significato: “#gay” significa appartenere a un’ideologia che ha fatto dell’attrazione sessuale un’identità, una natura a parte rispetto a quella maschile o femminile, immutabile (almeno quella omosessuale) e indiscutibile più del sesso biologico; “omosessuale” invece è un termine scientifico che è nato per definire una persona che prova attrazione per il suo stesso sesso, e che oggi viene arbitrariamente e volutamente considerato come sinonimo di gay. Io posso essere definito una persona omosessuale solo nell’accezione originaria di questo termine: insomma io “sono” omosessuale, in quanto “ho” attrazione per lo stesso sesso. Utilizzo questo termine riattribuendogli il significato che ha avuto per quasi cento anni di storia della psicologia, lo stesso che utilizza Richard Cohen (ex omosessuale, oggi nome di spicco della terapia riparativa), nel suo libro “Riscoprirsi Normali” (Editrice Uomini Nuovi, 2010)". 

E la seconda ragione?

"È personale e vocazionale: io sono un uomo, maschio cento per cento, cromosoma XY. Sono figlio, sono fratello, sono padre, sono amico, sono sposo (in senso lato), sono innamorato di Cristo. Sono uno che da sempre cerca di raccontare la Speranza che ha sperimentato nella propria vita. Ho scritto un libro che parla di Speranza nel mondo del precariato; ora è uscito un secondo libro che parla della Speranza nascosta in ogni dolore, quando tutto sembra essere perduto. Eppure tutto questo, tutto ciò che sono, sembra sempre ridursi solo alla definizione: “scrittore omosessuale” (quando non si arriva alla terribile definizione “gay cattolico”: una contraddizione in termini per i motivi di cui sopra). E questa etichetta vive purtroppo per mano di tutti: coloro che mi perseguitano, coloro che mi osannano (lasciando perdere il fatto che io non voglio né l’una né l’altra cosa, poiché non sono né un nemico, né un santo). Non fraintendetemi: lo so che la mente umana tende a semplificare, e che i giornalisti hanno poco spazio per i titoli. Non mi sto lamentando delle conseguenze di una scelta che è stata solo mia. Grazie ad essa ho potuto condividere vita con migliaia di persone e aiutare tanti fratelli cui nessuno si preoccupava di dare risposte. E per questo torno a parlarne, e tornerò a farlo ogni volta che mi si chiederà. Ma non chiudetemi lì, non dimenticatevi chi sono. Non fermatevi a un post o a un’intervista. Non chiedetemi di parlare solo di omosessualità, in quanto “scrittore omosessuale”. Nessuno dei miei libri parla di omosessualità. Io sono molto di più. Mi sono esposto per salvare tanti fratelli da una targa sulla loro vita che altri avevano imposto, e che aveva le fattezze di una lapide: “tu sei gay, accettalo e basta”. Fate che non accada che, per questo, un’altra targa debba essere posta sulla mia, di vita. Né su quella di nessuno. In molti oggi osannano (o odiano) la De Mari per le sue recenti dichiarazioni. Non entro nel merito, ma mi viene da pensare: io la De Mari la conosco da anni perché scrive libri stupendi che mi hanno fatto bene al cuore. Possibile che la gente si accorga di lei solo se parla di sesso anale? Possibile che questa battaglia fratricida ci abbia portato a questo? A permettere che una frase o un’intervista, o il modo di pensarla su un argomento identifichi la totalità di noi? Questo è quello che fanno gli attivisti gay, spesso fratelli manipolati. Ma chi è cristiano, chi ha fede, o banalmente chi è solo onesto intellettualmente, può essere più di queste semplificazioni. Prima di sostenere qualcuno, conoscetelo, leggete ciò che scrive, di cosa si occupa, chi è. Altrimenti lo starete solo usando per fargli dire ciò che vi interessa che lui dica".

Abbiamo lanciato un appello per la riabilitazione artistica all'Ariston di Povia, là dove è nato. Ai tempi Luca era gay creò scandalo e polemiche parlando dell'origine dell'omosessualità del protagonista della canzone. Lei si sentì offeso? E con quale emozione e riflessioni ha ascoltato quel brano? 

"Io non credo che Povia abbia bisogno di essere riabilitato sul palco dell’Ariston. Credo che per lui si più importante poter continuare a dire quello che dice ovunque voglia dirlo, come in qualsiasi democrazia che si rispetti. Tra l’altro anche lui ha molte più cose da dire, e su molti più di temi di quante non ne abbia dette con quella singola, bellissima canzone. E anche per lui, se la gente vuole sostenerlo, allora dovrebbe ascoltare le sue canzoni. Ordinare i suoi album, organizzargli concerti. Perché quella voce che ha fatto bene a tanti non si spenga. Nel 2009 avevo ventiquattro anni e, come molti, piansi ascoltando “Luca era gay”. Qualcuno finalmente lo diceva, qualcuno aveva il coraggio di raccontarlo: l’omosessualità non è un’identità. Ha una ragione, dice qualcosa di noi: dice di una mancanza; dice il nostro bisogno di scoprirci uomini in relazioni d’affetto con altri uomini; dice il nostro bisogno di amicizia vera, un valore raro in questo mondo di solitudini ipersessualizzate. Nessuno ricorda mai che, nonostante tutte le polemiche, “Luca era gay” alla fine arrivò seconda classificata. Ma quell’anno c’era il televoto diretto. Questo significa che la gente "normale" aveva votato per Povia, lo aveva compreso. La maggioranza ha capito, perché ha riconosciuto in quella storia una bellezza e una verità che non offendevano nessuno, ma solo davano Speranza. Uno dei motivi per cui ho accettato questa intervista è stato il desiderio di restituire pubblicamente a Povia la mia gratitudine per quello che ha fatto. Ciò che il suo atto di coraggio è significato per tanti. Lui ha dimostrato per primo che esiste un modo di parlare di omosessualità al di fuori dei soliti due in contrapposizione: chi la condanna, chi la esalta. Esiste una “terza via” (a questo proposito vi invito a guardare il video di testimonianze The Third Way”: stupendo!). L’omosessualità non deve essere temuta, come accade in certi mondi cattolici; né assecondata, come accade in altri mondi che si dicono “cattolici” o nel mondo gay. Va ascoltata e compresa. E da quell’ascolto può nascere di tutto, anche un cambiamento radicale, seppure esso non debba essere per forza lo scopo ultimo. Povia ha aperto una strada e per questo ha pagato, ma un giorno la storia gliene renderà merito. Oggi, per ciò che vale, lo farò io a nome di tutti quei fratelli che hanno avuto una voce grazie al suo coraggio".

Considerate le dichiarazioni sulla “fuidità relazionale” del cantante sanremese Michele Bravi, che potrebbe tornare ad amare anche una ragazza, da omosessuale nel senso del termine che ha chiarito prima (cioè persona con attrazione per lo stesso sesso) cosa prova leggendo di questa nuova frontiera sessuale? 

"La nuova frontiera è in realtà sempre la stessa: staccare l’essere umano dalla verità inscritta nel proprio corpo. Paradossalmente la dichiarazione di Michele Bravi prende atto di una realtà: l’evidenza secondo cui qualsiasi persona, per date ragioni, potrebbe trovarsi a provare attrazione per il proprio sesso, anche se per anni ha vissuto qualcosa di diverso. Questo processo è riconosciuto anche dal mondo gay che però ritiene possa avvenire solo in un senso: da etero a omo. E a detta loro non può essere reversibile. Quanti matrimoni distrutti ho visto per questa bugia. Quanti padri devastati per un singolo episodio dato da un momento di fragilità, quando ancora si poteva fare. Per questo Povia è stato attaccato e Bravi no. Perché Povia parla di un cambiamento orientato verso l’eterosessualità. Inoltre Povia ha provato a raccontare una storia nella sua complessità psicologica, entrando in quella esperienza. Michele Bravi, per quanto teorizzi nella sostanza anche il procedimento inverso, da omo a etero, resta in superficie, e quindi non è altrettanto pericoloso. Figlio di questo tempo, non si pone domande, lasciandosi guidare da quella che per me è la dittatura delle emozioni. Il punto è che queste emozioni hanno una spiegazione e non sono equivalenti. E per questo andrebbero ascoltate e non solo assecondate passivamente".

E se si può essere fluidi, si può essere anche ex omosessuali? Tutto questo non rischia di generare confusione?

"La confusione è lo scopo di questa battaglia ideologica: tutto è vero e niente e vero, in nome di una libertà sradicata dal concetto di limite. Se “essere” omosessuali vuol dire “avere” attrazione per lo stesso sesso, allora si può essere ex omosessuali perché un’attrazione sessuale può cambiare. Se essere omosessuali vuol dire che questa è un’identità innata allora non si può essere ex omosessuali, per il semplice fatto che una simile identità non esiste. Nessuno è omosessuale in modo prestabilito e immutabile, come nessuno è eterosessuale in modo prestabilito o immutabile. L’unica identità esistente è scritta nel nostro corpo: noi siamo maschi e femmine. Il problema è se la fluidità viene attribuita anche al corpo. Che l’orientamento sessuale sia sottoposto a variazioni, è un dato di fatto. Che noi nasciamo per una sessualità binomica maschile-femminile è un altro dato di fatto, altrimenti ogni specie si sarebbe già estinta. La domanda da porsi è: allora perché proviamo emozioni contrarie al nostro corpo? Qui non si tratta nemmeno di dare una risposta piuttosto che un’altra: questo sistema vuole impedire la domanda in sé stessa. Vuole uccidere la spinta esistenziale tipica di ogni essere umano a voler capire chi è. Una volta a un incontro in un liceo ho conosciuto uno psicoterapeuta omosessuale, contrario alla teoria riparativa di Nicolosi, al quale facevo notare il controsenso dell’ideologia Gender che da un lato sostiene chi non si riconosce nel proprio sesso perché ne cambi le fattezze artificialmente, dall’altro perseguita chi non si riconosce nel proprio orientamento omosessuale e vorrebbe provare a cambiarlo. Lo psicoterapeuta mi ha candidamente risposto: “ma l’orientamento può cambiare, sia in un senso che nell’altro. Solo deve essere vietata la possibilità di affrontare un percorso psicologico a questo scopo”. In altre parole deve essere vietata la possibilità di farsi domande. L’equivalente in ambito psicologico del negare cure a un paziente che volesse seguire una terapia sperimentale piuttosto che un’altra (Nota per i miei detrattori: per favore, niente facili attacchi sull’uso che ho fatto del termine “cura”. Si tratta di un parallellismo o se preferite di una metafora. Non sto dicendo che l’omosessualità è una malattia. Se così fosse, io dovrei essere considerato malato. E non mi ritengo tale. Non più di chiunque altro su questo pianeta). Personalmente non ho paura di un Michele Bravi, che è giovane e quando parla non sa quello che dice. E chi parla con la volontà di confondere continuerà a farlo. Mi preoccupano di più tutti quelli che pur avendo a cuore questi temi, parlano senza preoccuparsi di verificare che ciò che dicono abbia senso. Siamo noi che dovremmo preoccuparci di non generare confusione, di informarci e di formarci. Basterebbe iniziare a riattribuire alle parole il giusto significato noi, utilizzando bene i termini “gay” e “omosessuale”, a partire dalle parrocchie, dalle testate, dai discorsi pubblici. A partire dalle etichette sulle persone, sugli scrittori ad esempio. Omosessuali e non". 
caricamento in corso...
caricamento in corso...