Grecia & Eurogruppo: prove tecniche di "tenuta" Ue, prossima fermata Italia?

25 maggio 2016 ore 8:35, Luca Lippi
La crisi in Grecia, possiamo considerarla al punto di non ritorno? Probabilmente no, nel senso che Tsipras sta per riscuotere il compenso concordato col tradimento del referendum consumato in patria (quella greca ovviamente). Tutto è inesorabilmente incernierato nel mantenimento dello stato dell’arte, e senza fare un passo indietro e neanche uno in avanti si cerca di tenere sotto controllo l’avanzata dei movimento nazionalisti e antieuropeisti che comunque crescono a una velocità tale da destare più di qualche preoccupazione.
Dunque a Tsipras si impone ulteriore cessione di sovranità e contestualmente sarà concesso un taglio sostanzioso del debito, una sorta di carota e bastone, adeguata al trend di operare tagli col sorriso.
La situazione così come si vede in superficie è la seguente: l’anno è cominciato in stagnazione in tutto il mondo (il miglioramento ovunque della condizione economica è esiziale e segnala solo un arresto della china negativa, ma a costi enormi!), geoeconomia e geopolitica sono in uno stallo impensabile solo un anno fa, e impensabile per qualsiasi scienza economica di tutti i tempi.

Grecia & Eurogruppo: prove tecniche di 'tenuta' Ue, prossima fermata Italia?

Cosa preoccupa: I conflitti in Siria, Iraq e Libia (non si intravede alcuna soluzione) in Austria vince un ecologista, ma è solamente una questione di paura per l’ignoto, nei fatti è talmente lieve il distacco dal movimento nazionalista che sarà complicato governare, ma tanto è sufficiente per influenzare il referendum sul brexit, e magari accentrare l’attenzione sulle guerre civili prossime in Turchia, Venezuela, Egitto.
Oltre questo preoccupa molto anche: il referendum sulle riforme costituzionali del governo Renzi, letto come una promozione o una bocciatura di Renzi (non sarà una considerazione sulla persona, ma non è detto che il dopo non sia peggio, la sostanza è che fino ad ora è successo semplicemente il “nulla assoluto”).
Ci sono forti sospetti: perché un premier con un consenso inferiore al 40% dovrebbe rendere un referendum su una riforma elettorale non perfetta ma comunque facilmente propagandabile, un voto su se stesso? Non ha senso, il premiere è conscio di non avere consenso, probabilmente desidera lasciare il timone ma non vuole farlo motu proprio. Alle prossime amministrative probabilmente il Pd confermerà l’andazzo negativo, la maggioranza inizierà a scricchiolare sempre di più, dopo novembre l’Unione Europea batterà cassa e quasi sicuramente nel 2017 avremmo l’aumento automatico dell’IVA.
Le nubi all’orizzonte: imminente la missione militare per difendere la diga di Mosul  e in Libia anche l’azione militare sembra essere inevitabile dopo il no americano ad un intervento diretto e con il governo riconosciuto minacciato da milizie islamiste, dall’ISIS e dal potente generale Haftar. Oltre tutto nel 2017 ci saranno da gestire migliaia di profughi bloccati nel nostro territorio, le tensioni con i paesi confinanti, la vicina Grecia al collasso e via dicendo. Troppi problemi, una situazione esplosiva, che rischia di portare il già basso consenso di Renzi verso percentuali ad una cifra, dato che saranno quasi sicure nuove tasse, soldati morti in guerra e probabilmente anche attentati sul suolo nazionale in risposta ai nostri interventi. Renzi e il suo cerchio magico lo sa bene e nn può desiderare altro che smarcarsi, e vorrà farlo resistendo all’aumento delle tasse (?), rifiutando l’intervento militare in Libia, ma è chiuso all’angolo e il referendum è la via di uscita.
Chi farà il lavoro sporco? Probabilmente un governo tecnico, che dovrà gestire due missini militari, operazioni di polizia sul territorio (militarizzazione del Paese) e una nuova austerità, esattamente come in Grecia (azzarderemo anche l’ipotesi di posticipazione delle elezioni vista l’emergenza).
Il toto-nomi: in Italia non c’è un “Tsipras”, almeno una cosa buona l’abbiamo ancora, Monti è da escludere perché troppo impopolare, ci sarebbe Padoan, che è un “Monti” ma meno esposto (burocrate e quindi adeguato premier tecnico), tuttavia si muoverebbe meglio ancora in seconda linea. Altro nome sarebbe Draghi, ma lasciare un podio mondiale per fare il presidente del consiglio in Italia è veramente una caduta di ruolo esagerata. Rimane la Mogherini che ha già “tradito” Renzi, ma a Washington non amano i traditori e in Italia il presidente del consiglio dovrà gestire questioni di politica estera troppo importanti per non includere il parere vincolante degli Usa. Boeri è in assoluto quello più papabile insieme a Cottarelli, ma abbiamo detto che sarà un governo per gestire situazioni di guerra, e allora, segniamoci questo nome. Claudio Graziano, capo di stato maggiore italiano fresco di nomina da parte di Renzi, potrebbe essere il renziano giusto per guidare un governo tecnico-militare di transizione. Tra l’altro un militare potrebbe ricevere i consensi necessari da quelle forze di destra da sempre vicine alle forze dell’ordine ncd, forza italia, fratelli d’italia e lega nord.
L’alternativa: tornare alle elezioni con l’attuale legge elettorale modificata dalla Consulta, che presumibilmente vedrebbe una risicata vittoria dei Cinque Stelle con una o tutte e due le camere ingovernabili (situazione spagnola). Quindi da escludere, se il governo tecnico nascesse dopo fallite elezioni sono più probabili i nomi più neutri, politicamente parlando.
In conclusione: la Grecia è il solito banco di prova, l’Eurogruppo testerà una strategia di ammorbidimento allo scopo di sedare moti insurrezionali e usando i nazionalismi per arruolarli nella gestione i questioni più importanti di politica estera, prossimo banco di prova l’Italia e poi l’ultima ratio prima della probabile disgregazione. 
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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