Quanto frutta il caos migranti: dietro le quinte del business

27 aprile 2017 ore 16:44, Luca Lippi
Nella gestione del fenomeno dell’immigrazione di massa, inevitabilmente, c’è chi fa affari. Si può anche tollerare, ma le cifre che maggiormente preoccupano sono quelle che devono ancora essere pubblicate. Tradotto, c’è da capire lo scopo di tanto prodigarsi a raccogliere esseri umani in presunta fuga e soprattutto l’obiettivo.
Non vanno sottovalutati i successi di realtà come Amazon, Microsoft, Apple, Google, Netflix twitter, starbucks, Adobe.
Pochi sanno che, insieme, tali imprese capitalizzano in borsa oltre 2718 miliardi di dollari. Molto di più del prodotto interno lordo italiano che vale, invece, 1961 miliardi. I vertici di tali colossi del web sono quelli che recentemente si sono messi anche a far politica. Come un sol uomo sono insorti contro la decisione di Trump che aveva bloccato gli ingressi negli Stati Uniti provenienti da stati canaglia.
Quanto frutta il caos migranti: dietro le quinte del business
Queste aziende, per capitale e fatturato di questo settore, contano oltre 900.000 dipendenti. Amazon, da sola, impiega 306.800 persone per smistare, a basso costo, pacchi in 14 paesi. Mentre Starbucks, con fatturato decisamente più basso, si serve di 238.000 dipendenti per recapitare dolcetti e caffè americani in tutto il mondo. E’ intuitivo comprendere che costoro si oppongono, allora, alle scelte di contrasto dei flussi immigratori incontrollati non proprio per ragioni umanitarie? In molti sul web la pensano così.
Le ondate di disperati, disponibili a lavorare a basso costo, rappresentano un ineliminabile pilastro del loro successo. Il dumping commerciale che tale aziende praticano postula la disponibilità di un elevatissimo numero di dipendenti disponibili a farsi sfruttare per salari da fame. E l’immigrazione alimenta l’offerta di manodopera disponibile a lavorare a basso costo. Renzi, di ritorno dalla Silicon Valley, avrà finalmente compreso l’arcano della new economy. 
Dunque può succedere che in situazioni speciose come quella che contrappone Uber ai tassisti, la sinistra italiana si trovi a un bivio; in termini di principio, stare dalla parte di Uber significa accettare quella sharing economy che sta progressivamente annientando il mercato ed il mondo del lavoro. Si tratta di un progressismo peculiare, che piace molto alla grande finanza, agli intellettuali politicamente corretti. Chiunque non sia in malafede non può più negare che la robotizzazione e la digitalizzazione determinano la drastica riduzione di posti di lavoro e un progressivo aumento della disoccupazione. 
Nell’arco di dieci anni, stando ad autorevoli stime, il tasso di disoccupazione passerà dal 10 al 47%. Di fronte a tale stato di cose, e alle conseguenti prospettive, siamo ormai chiamati tutti ad una consapevole presa di posizione universale: o si sta a favore del lavoro oppure ci si schiera a beneficio dei visionari dell’ultratecnica.
Nel frattempo, mentre i vertici tutti si gingillano ad eludere temi centrali per le prospettive del mondo del lavoro, secondo i dati del Viminale, gli sbarchi segnano un inquietante aumento del 44% rispetto all’anno scorso. 
Gli immigrati in arrivo sono in gran parte della Nuova Guinea, Costa d’Avorio, Nigeria e Senegal, Gambia. Nessuno proviene da scenari di guerra. Si calcola che nel 2017 possa essere superata la cifra dei 200.000 sbarchi. Coloro che si riempiono la bocca di retorica dell’accoglienza, ed il portafoglio di contributi destinati alle strutture di scopo possono riferirci quali realistiche prospettive di assorbimento, in un mercato del lavoro che va rapidamente assottigliandosi, siamo in condizione di garantire a questi disperati ed ai nostri disoccupati?
Questo è solo per quanto riguarda i numeri che non si sanno, per quelli che si sanno già, ovviamente stiamo scrivendo del business dell’immigrazione, le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l'Italia sono: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat. Secondo il capo di Frontex, il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che riversano orde immani di africani in Italia è la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso e quindi iniziato a "donare" 500 milioni di dollari per organizzare l'arrivo dei migranti africani in Italia e dall'Italia in altre nazioni europee.
Il capo di Frontex, Fabrice Leggeri svela questo retroscena e ha denunciato il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros carichino a bordo gli africani sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggi i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato.
Le parole di Leggeri, come ha scritto il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio, rappresentano un'esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.
Le navi impegnate in questo traffico di africani verso l'Italia, sempre secondo quanto riferisce il capo di Frontex, è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.
Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c'è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l'Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza. 
La maggior parte dei migranti sono nigeriani ed eritrei: c’è guerra da quelle parti? No, perché Boko Haram è operante solo in una regione della Nigeria e dell’Eritrea i giovani scappano per non fare il servizio militare, infatti sono tutti ventenni o giù di lì. Esiste un diritto d’asilo per renitenza alla leva?  Il problema vero saeebbe secondo le accuse che le cooperative ci sguazzano con il business dell’accoglienza. E non esiste opposizione in questo caso.


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autore / Luca Lippi
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