La Corte dei Conti 'smonta' la spending di Gutgeld: non torna il rientro

27 giugno 2017 ore 17:13, Luca Lippi
Il presidente di coordinamento delle sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, Angelo Buscema, in occasione della relazione sul rendiconto generale dello Stato ha detto: “il recupero della crescita del prodotto interno lordo, dopo una lunga crisi, appare ancora troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei" e prosegue: “il bilanciamento della politica economica e della gestione della finanza pubblica appare particolarmente complesso per l'Italia". L'"elevato livello del debito pubblico", elemento di "maggiore vulnerabilità" dell'Italia, "impone alla politica economica, ben di più di quanto non derivi dai vincoli fissati con le regole europei sui conti pubblici, di proseguire lungo un 'percorso di rientro' molto rigoroso". Dice ancora la Corte dei Conti "A consuntivo le misure messe in atto sembrano avere salvaguardato l'operare di interventi di sostegno dei comparti produttivi, non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa. Resta, quindi, ancora attuale la necessità di una revisione attenta di quanto può, o non può, essere a carico del bilancio dello Stato".
La Corte dei Conti 'smonta' la spending di Gutgeld: non torna il rientro
Insomma una critica a Yoram Gutgeld e alla sua Spendin Riview, una rottamazione che nella sostanza avevamo già rilevato e che ora andiamo a sottolineare dopo il conforto autorevole della Corte dei Conti.
Lo stesso Gutgeld, riconosce all’inizio della sua relazione che i ‘risparmi’ non si traducono automaticamente in minore spesa. Lo spazio di bilancio ottenuto attraverso la spending review può essere utilizzato in vari modi: per abbassare la spesa, ridurre il deficit pubblico e ottenere altri risultati di finanza pubblica. In qualunque caso non si può pensare che si tratti di soldi davvero risparmiati, visto che l’ammontare ottenuto dai tagli viene utilizzato per coprire incrementi di altra spesa pubblica, come ad esempio misure al sostegno della crescita e dell’occupazione. 
Ci sarebbe poi un altro problema, ovvero come si classificano, rispetto allo scorso anno, i famosi 80 euro. Potrebbero finire nella categoria “riduzione di tasse” o come aumento di spesa. Ai 30 miliardi di cui parla Gutgeld parlando dei risparmi del 2017 (quelli previsti nel 2018 sono invece 31 miliardi e 500 milioni) si arriva, oltre che attraverso ai miliardi provenienti dalla misura degli 80 euro, aggiungendo i miliardi stimati per il blocco del turnover nella pubblica amministrazione, che ha diminuito il personale nel triennio 2013-2016 di 84 mila unità e che ha rafforzato gli acquisti centralizzati nelle PA. Parlare di “tagli” di 60 miliardi in due anni non sembra quindi corretto, come scrive l’Agi: “La spesa pubblica italiana, nel suo complesso, non registra diminuzioni significative. Secondo il DEF 2017, dagli 825,4 miliardi di uscite pubbliche del 2014 si è passati a 830,1 nel 2015, a 829,3 nel 2016 e per il 2017 è previsto un totale di 826,9 miliardi di euro. Una riduzione, qualora si avverasse, di soli 2,4 miliardi di euro”.
Detto questo, possiamo archiviare definitivamente la questione? Con buona pace della Corte dei Conti e del buonsenso sì!

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autore / Luca Lippi
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