Riforma pensioni 2016: cosa rischiano le donne per colpa della Ue

03 agosto 2016 ore 12:52, Luca Lippi
Prima che intervenisse il governo tecnico decretando la caduta del governo Berlusconi, la Ue aveva già sollecitato più volte il governo italiano a unificare l'età pensionabile di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti delle pubbliche amministrazioni a quella dei lavoratori, elevandola a 65 anni entro il 1° gennaio 2012. 
Il percorso di allineamento è stato pianificato dal governo Berlusconi accordandosi su una gradualità finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo imposto dall’Ue entro il 2018. Il provvedimento dell’Ue è stato sempre giustificato dall’intollerabilità di una "discriminazione" di genere. La Commissione aveva espresso la convinzione che l'anticipo della quiescenza per le lavoratrici fosse, appunto, una "discriminazione" di carattere retributivo, non riconoscendo carattere previdenziale al pensionamento nel pubblico impiego (che veniva invece riconosciuto nel settore privato, tanto che il tragitto verso l'allineamento di genere è ancora in corso).
Il ritardo ancora in corso per l’allineamento ha procurato una procedura di infrazione che il Paese paga già dal 2013, la motivazione è la violazione degli articoli 157 del Trattato Tfue e gli artt. 5, 7 e 14 della Direttiva 2006/54/CE. L'art. 157, stabilendo che la" retribuzione" dei lavoratori deve essere uguale per gli uomini e per le donne, include, ad avviso delle istituzioni comunitarie nel concetto in questione non solo il salario, ma tutti i "vantaggi" economici che il datore corrisponde al lavoratore in ragione "dell'impiego di quest'ultimo". La Corte Ue ha poi precisato (C 262/88) che la "retribuzione" ricomprende anche le erogazioni pensionistiche, purché relative a regimi "professionali" e non legali.
Riguardo il conflitto che sta per crearsi in relazione alla riforma delle pensioni che sarà in discussione a partire da novembre 2016, l’art. 5 della Direttiva ribadisce il divieto di diversificare, a seconda del sesso dell'avente diritto, le condizioni di accesso al godimento delle pensioni "professionali". L'art. 7, poi, qualifica regime pensionistico "professionale" quello dei dipendenti pubblici, quando la pensione trovi la sua ragione direttamente nel rapporto di lavoro con l'Amministrazione stessa. Infine, l'art. 14 sottolinea, ancora, che non sono ammesse discriminazioni, da un sesso all'altro, per quanto riguarda la "retribuzione", intesa in senso estensivo, fino al trattamento pensionistico. 

Riforma pensioni 2016: cosa rischiano le donne per colpa della Ue

Questa normativa, entra in frontale contrasto con l'art. 24, comma 10 del Decreto Legge convertito con Legge 22/12/11, n. 214 (la cosiddetta riforma Fornero). Detto articolo collega il diritto alla pensione "anticipata" quella, cioè, pagabile prima che il titolare raggiunga l'età richiesta per la pensione di "vecchiaia" a condizioni diverse, in relazione al sesso del percipiente. In particolare, le donne possono accedere alla suddetta pensione "anticipata" con il pagamento dei contributi per 41 anni e 3 mesi, laddove agli uomini è richiesto il più impegnativo requisito dell'anzianità contributiva di 42 anni e 3 mesi (questi requisiti, nel frattempo, sono stati aggiornati in base all'adeguamento automatico all'attesa di vita). 
Una tale discriminazione, secondo la Commissione, contrasterebbe con le sopra menzionate norme Ue, in quanto le pensioni dei dipendenti pubblici atterrebbero a regimi "professionali" e, come tali, dovrebbero soggiacere al principio di uguaglianza di genere, anche con riguardo, come nella fattispecie, ai presupposti per l'accesso al trattamento pensionistico.
Dove sarebbe la “fregatura” per le donne con la riforma pensioni 2016 per colpa dell’Ue?
Intanto è intellettualmente corretto sottolineare che non c’è nessuna responsabilità di quanto sta accadendo, attribuibile al governo Renzi, tanto è vero che le autorità italiane hanno replicato che il regime pensionistico dei dipendenti pubblici, come definito attualmente dall'ordinamento italiano, risulta di tipo "generale" e non "professionale" a decorrere dall'1/1/12, poiché i dipendenti pubblici non dispongono più di un ente previdenziale specifico, in quanto le funzioni dell'Inpdap, già ente per le pensioni dei pubblici dipendenti, sono state assorbite dall'Inps, che risulta attualmente investito di una competenza previdenziale "generale".
Non ultima motivazione contestata all’Ue è quella che la pensione non viene più calcolata, almeno pro quota, in riferimento alle retribuzioni percepite alla fine dell'attività lavorativa (era l'ultimo stipendio mensile prima delle riforme), ma in rapporto ai contributi versati durante l'intero corso di tale attività.
Questi argomenti sono già stati sostenuti nel 2011 dal governo tecnico, tuttavia la Ue non li ha ritenuti validi all’epoca e continua a ritenerli insufficienti.
In conclusione, che l'allineamento di genere per il requisito del trattamento anticipato di vecchiaia, avverrà a livello di quello degli uomini, e il fatto che procurerà anche dei risparmi è un fatto, ma un processo inverso procurerebbe la necessità di reperire importanti coperture, dal momento che aumenterebbe la spesa perché si consentirebbe ai dipendenti pubblici maschi di andare in pensione prima. 
Anche nella Pa sono gli uomini ad avvalersi maggiormente della pensione anticipata di anzianità. Ecco che una giusta attenzione riservata al mondo professionale femminile si sta rivelando una discriminazione a causa dell’imposizione dell’Ue di consentire un pari trattamento di genere. Allo stato attuale è meno costoso facilitare l’uscita degli uomini piuttosto che allineare il trattamento delle donne a quello degli uomini. Un altro limite di “questa” Europa, è ora di riformarla?

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...