Istat: scende pressione fiscale e deficit, ma le famiglie non spendono

03 ottobre 2016 ore 16:01, Luca Lippi
Secondo l’Istat la pressione fiscale in Italia scende e parallelamente aumenta il potere d'acquisto. Il rapporto trimestrale Istat su amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio evidenzia infatti come nel secondo trimestre la pressione fiscale in Italia si è attestata al 42,3%, segnando una riduzione di 0,4 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Dal rapporto leggiamo che il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dell’1,3% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,2%. 
Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è aumentata di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, salendo al 9,6%.
A fronte di un aumento dello 0,1% del deflattore implicito dei consumi delle famiglie, il potere d’acquisto è aumentato dell’1,1%.
Sul fronte conti pubblici, i dati odierni dell'Istat evidenziano nel secondo trimestre 2016 come l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari allo 0,2%, in miglioramento di 0,7 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2015. Il saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 4,4% (4,1% nel secondo trimestre del 2015). Il saldo corrente delle AP è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil del 3,1% (3% nel secondo trimestre del 2015).
La quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 41,9%, è aumentata di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento è rimasto invariato al 19,2%.

Istat: scende pressione fiscale e deficit, ma le famiglie non spendono

In buona sostanza è solo un “balletto” di numeri, nel senso che sono solo compensazioni ma non un reale movimento nelle dinamiche.
Per essere più chiari, la pressione fiscale diminuisce in funzione di una drastica riduzione dei consumi da parte di individui e famiglie, tuttavia aumentano (seppure in condizioni di cronica precarietà) le posizioni lavorative seppure a redditi notevolmente ridotti, e questo determina una entrata alla fonte maggior e che si spalma nella legge dei grandi numeri.
La tesuarizzazione, cioè l’aumento del risparmio degli italiani, sta a significare che il maggior reddito creato, seppure precario (o proprio perché precario) viene accantonato per poter sopperire all’incertezza del futuro.
Tuttavia se proprio dobbiamo fare il conto della serva, a fronte di una presunzione di riduzione della pressione fiscale, c’è una sorta di recrudescenza dei costi dei servizi che in parte procura reddito per lo Stato ma deprime enormemente il reddito delle famiglie.
Insomma, contestualizzando o decontestualizzando i dati puri e nudi, la sostanza è che la crescita ha una crescita del tutto ininfluente sul trimestre e quasi nulla sul semestre, o per riassumere insufficiente a fronteggiare il momento di crisi.
L’analisi del manifatturiero conferma la tendenza a modestissimi movimenti di miglioramento, dall’elaborazione di un report di Markit emerge che a settembre l'indice Pmi manifatturiero è tornato sopra la soglia dei 50 punti dopo i ribassi dei mesi precedenti. 
Il contesto rimane comunque di crescita modesta con produzione aumentata ad un tasso leggermente più rapido, mentre i nuovi ordini, spinti da un maggiore incremento delle esportazioni, sono tornati ad espandersi.
Phil Smith, Economista presso IHS Markit ed autore del report Markit PMI Settore Manifatturiero in Italia dichiara: “Settembre è stato un mese migliore per le aziende manifatturiere italiane, ma i risultati del terzo trimestre nell’insieme sono stati tuttavia deludenti poiché il PMI ha registrato il valoro più basso dall’inizio del 2015”. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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