2016, addio anno funesto: il ricordo del sisma e la tenacia di Pirozzi

30 dicembre 2016 ore 16:00, intelligo
24 agosto, ore 3:36. A Roma ci svegliamo sotto le scosse di un terremoto che ancora non sappiamo localizzare. La paura è tanta, troppo forte il movimento tellurico, deve essere vicino. Ci si collega alle news sui canali con i tg in onda 24 ore su 24, si sente una voce, un collegamento: ''Un dramma, il paese non c'è più''. E' ancora buio quando la richiesta d'aiuto, con la voce rotta, del sindaco di Amatrice rimbalza su tutti i media. Il centro Italia sprofonda nell'angoscia.
2016, addio anno funesto: il ricordo del sisma e la tenacia di Pirozzi
Il pianto, la disperazione, gli amici morti e quelli feriti, tutti a Roma conoscono qualcuno da abbracciare e a cui dare conforto. Anche io, che scrivo. Il mio paese è a 1 km da Amatrice, sento mio fratello e mi tranquillizzo solo parzialmente: Cascello non ha vittime ma avverto l'angoscia perchè per noi che possiamo seguire i servizi giornalistici non è difficile capire che ci sono vittime, tante. Così è stato. 

Ma il terremoto non si è placato, poco tempo per piangere, molto per rimboccarsi le maniche. Il 30 agosto una seconda scossa rade al suolo quel che rimaneva ancora in piedi. Sergio Pirozzi, 51 anni, due figli, un passato da allenatore professionista di calcio, diventa una guida, la sua voce rotta dal dolore è ferma, accompagna tutti. Diventa una sicurezza anche la sua felpa cult con la scritta 'Amatrice' che fa sentire tutti ancora comunità. Per i funerali delle vittime del sisma, programmati all'aeroporto di Rieti per motivi di sicurezza, si mette a battagliare, dà voce alle proteste dei concittadini e si appella direttamente all'allora premier Matteo Renzi: alla fine vince lui, la celebrazione funebre si terrà in una tendopoli ad Amatrice.
E' il sindaco più guerrigliero dei paesi devastati, il più schietto, tanto che a novembre, arrivato a Roma insieme agli altri sindaci dei paesi colpiti, non esita a denunciare la paura dell'abbandono una volta spenti i riflettori dell'emergenza. ''Ho la sensazione che forse qualcuno ci sta abbandonando'', dice nell'aula di Montecitorio, con una fascia tricolore prestata da un collega, ''perché nella scossa del 30 ottobre ho perso anche quella". Si perchè il 30 ottobre è la prima volta che il sindaco appare quasi demolito dentro, come la sua Amatrice. Ha paura per i piccoli borghi (come il mio, ndr) che senza la ricostruzione prevista per le seconde case, rischiano di non tornare mai più a vivere: "Perché noi non vogliamo essere solo un paese da cartolina, ma un paese da vivere" dice. Un uomo che è sempre in trincea accanto ai cittadini, è amato dal suo territorio e viene seguito. Nel decreto ottiene quello che chiede.

A Natale lancia la sua ultima sfida: ai parlamentari chiede una 'tre giorni' nelle zone terremotate. ''Si mettano gli scarponi, tolgano giacca e cravatta e vengano qui a parlare con la gente, a gestire, con vigili del fuoco e protezione civile, tutto''. Una provocazione, dice qualcuno. Solo ''un'opportunità per il Parlamento a fare meglio'', dice lui.
Alla vigilia della fine di un anno terribile che passerà purtroppo alla storia per aver cancellato intere cittadine del Centro Italia, resta la comunità sopravvissuta e lui, che la guida con tenacia e senza mollare mai. 
autore / intelligo
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