Il flop della 'Voluntary-bis' e scattano le clausole di salvaguardia

30 maggio 2017 ore 14:33, Luca Lippi
La voluntary-bis era naturalmente destinata a un flop fino dall’origine. Nonostante le ottimistiche previsioni dell'Amministrazione finanziaria, infatti, i professionisti e le banche che nel 2015/2016 erano impegnati ventre a terra nella regolarizzazione dei capitali all'estero sono concordi nel dire che questa volta l'operazione interessa pochissime persone, in genere situazioni particolari o proprietari di piccoli patrimoni che per qualche motivo non erano riusciti ad approfittare della prima edizione della voluntary.

I motivi del disinteresse -  non sono stati inseriti vantaggi aggiuntivi rispetto all'operazione chiusa nel 2016, anzi il meccanismo è stato reso più fumoso soprattutto in materia penale e l'unico incentivo originariamente previsto dalla voluntary-bis, legato alla possibilità di regolarizzare il contante, è stato eliminato dalla paura del governo di essere tacciato di favorire l'evasione e il riciclaggio.
Il flop della 'Voluntary-bis' e scattano le clausole di salvaguardia
Un riflesso condizionato dei soliti moralisti a tempo perso, smentiti su questo preciso punto addirittura dal procuratore di Milano, Francesco Greco. Le notizie di reato concernenti la dichiarazione fraudolenta (articolo 3 dlgs74/2000) sono a zero a Milano. Un effetto questo da ricercare nella nuova chiave di lettura che Guardia di finanza e Agenzia delle entrate danno all’articolo 3 e 4 del dlgs 74/2000 (dichiarazione infedele) e del campo di applicazione contenuto nel comma 1-bis (valutazione degli elementi iscritti in bilancio). Greco ha ricordato come, nei fatti, la depenalizzazione dell’abuso di diritto non si è vista soltanto in campo penale ma, in un senso più generale e anomalo, anche in quello amministrativo. Il procuratore ha dunque riflettuto sul fatto che, a fronte dell’esclusione della punibilità dell’abuso di diritto, non si è visto, come era da aspettarsi, un incremento di perseguibilità sul fronte amministrativo, tanto da far osservare, al procuratore, che è necessario non fermare la lotta all’abuso di diritto ma, anzi, perseguirlo, in maniera più incisiva, negli accertamenti.

Nei fatti il motivo concreto è un altro ancora - Ormai la Svizzera è stata ripulita dai capitali italiani non dichiarati al fisco. Non è un caso se il 90% delle regolarizzazioni proveniva proprio dalle banche elvetiche che hanno dato una spinta decisiva al successo della prima voluntary. Proprio in quei mesi, infatti, il governo di Berna, per non rischiare di finire nella black list dell'Ocse, aveva deciso di rinunciare al segreto bancario e ha perciò fatto fortissime pressioni sulle banche perché rifiutassero i depositi di cittadini stranieri non regolari dal punto di vista fiscale. A loro volta le banche hanno spinto la gran parte dei loro clienti italiani verso la regolarizzazione o (meglio ancora) migrare verso lidi fuori dal raggio di luce.

Chi ha rifiutato la voluntary, dunque, ha dovuto scegliere altri lidi -  Ora la voluntary-bis non è in grado di fare cambiare idea a chi ha risolto ‘riallocandosi’. Nella grande maggioranza dei casi, infatti, chi non ha approfittato della prima regolarizzazione ha scelto consapevolmente la strada di un paradiso fiscale. Ha messo in atto artifici per nascondere il capitale non dichiarato, ha corso dei rischi in modo consapevole, ha preso le necessarie contromisure contro lo scambio di informazioni che nei prossimi anni diventerà sempre più generalizzato, almeno tra le amministrazioni finanziarie dei paesi più sviluppati. Per quale motivo ora dovrebbe cambiare idea? Se il governo non amplierà il perimetro delle attività regolarizzabili, la voluntary-bis non poteva essere che un flop.

E adesso? – ora è un problema serio, perché si tratta di una circostanza preoccupante tanto per il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, quanto per il direttore (uscente) dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. Il motivo è presto detto: quei soldi servono a evitare l'innesco delle clausole di salvaguardia sull'Iva nel 2018. L'aumento dell'imposta (che dovrebbe salire dal 22 al 25% e dal 10 all'11,5% nelle due aliquote ordinarie) potrebbe perciò essere ancora superiore. Un’altra grana che potrebbe far desistere dal ‘rischio’ elezioni anticipate.

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autore / Luca Lippi
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