La paura di Travaglio per la figlia calpestata a Torino: le sue parole strazianti

05 giugno 2017 ore 17:29, Micaela Del Monte
Marco Travaglio ha vissuto in prima persona la paura nel assistere dall'esterno al caos di piazza San Carlo a Torino. Sua figlia Elisa infatti si trovava lì con i suoi amici per vedere la finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus e Travaglio, da padre e giornalista, ha raccontato sul Fatto Quotidiano quanto è accaduto.

La paura di Travaglio per la figlia calpestata a Torino: le sue parole strazianti
"Alle 22.15, subito dopo il terzo gol del Real, mi appare il suo numero sul cellulare. Provo a rincuorarla: "Dài, pazienza, è andata così...
". Ma la voce dall'altro capo non è la sua. È quella del suo amico, che assicura: "Elisa sta bene, ma non può parlare, ha male a una gamba". Brivido gelato nella schiena. Me la faccio passare a forza: ansima, piange, ripete "vienimi a prendere, voglio andare subito via di qui, c'è stato un attentato, una bomba, non so, mi hanno calpestata, mi hanno camminato sopra, non mi sento più la gamba sinistra, e gli scoppi continuano, stiamo scappando verso piazza Vittorio". La prego di calmarsi e di restare collegata, intanto salto in macchina con mia moglie e voliamo a prenderla, appena in tempo prima che anche in piazza Vittorio Veneto si scateni il panico per l'ondata dei fuggitivi che, attraverso via Po e le strade laterali, sciamano via dal luogo della non-partita e del non-attentato. La carico in auto che trema ancora come una foglia e fatica a parlare. E mi fiondo al pronto soccorso più vicino.

Ci sono già i primi feriti, altri ne arrivano fino ad affollare il piccolo ospedale. Sanguinano, "mai visto tanto sangue, neppure in un film di Dario Argento" scrive il direttore del Fatto Quotidiano. Nessuno ha capito cosa sia successo.

Molti sono scalzi, a piedi nudi: nella calca hanno perso le scarpe, figurarsi le infradito. Altri hanno smarrito borse e zainetti, documenti e telefonini compresi: chiedono in prestito quelli superstiti per chiamare casa e rassicurare. Dicono che solo un petardo e uno scherzo da teste di cazzo è impossibile: qualcosa di grave dev'essere successo per forza. Chi ha sentito dire di una bomba, chi di un balcone crollato, chi di un'auto esplosa nel parcheggio sotterraneo, chi ha udito le raffiche di una mitragliatrice. E poi le voci di attentato, accompagnate dai rituali "una bomba, una bomba!" e dall'immancabile "Allah u akbar".

Prosegue Travaglio: "Tutto quel sangue si spiega solo con l'enorme quantità di bottiglie di vetro finite in frantumi durante il fuggi-fuggi. Un tappeto di cocci taglienti su tutta la piazza", "le transenne si sono rivelate non solo inutili, ma dannose, facendo da tappo all'onda di fuga, frenando il deflusso e aggravando a dismisura il bilancio. Una follia di cui il prefetto e il questore dovrebbero rispondere". Elisa alle 2 era ancora "in sedia a rotelle col ghiaccio sulla gamba, nessuno ha potuto visitarla, ci sono casi più urgenti. Vuole andare a casa. La carichiamo in spalla e ce ne andiamo, sperando che non abbia nulla di fratturato". Poi, in macchina, "la radio informa di un attentato a Londra. Un attentato vero. Ma che differenza fa. Ormai i terroristi, anche quando non ci sono, è come se ci fossero".
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