Tumore al seno, un test personalizzato per "scoprire" cure e ricadute

05 luglio 2017 ore 16:12, Micaela Del Monte
In Italia sempre più donne vengono colpite dal tumore al seno e nel 50% dei casi vengono trattate con la chemioterapia adiuvante che spesso risulta anche poco efficace. Questo significa che c'è anche il pericolo che si ripresenti la malattia nonostante le cure invasive.

Tumore al seno, un test personalizzato per 'scoprire' cure e ricadute
Oggi però un nuovo test genomico consente su pazienti operate per un cancro al seno di pronosticare un’eventuale ricaduta a 10 anni dalla diagnosi e le probabilità che la chemioterapia sia efficace. Il test si effettua su un campione del tumore asportato e analizza l'attività (cioè l'espressione) di 21 geni, alcuni dei quali correlati alla moltiplicazione cellulare. I risultati del test sono espressi con un punteggio – il Recurrence Score – che va da 0 a 100, in base al quale il tumore viene classificano in tre gruppi, secondo la probabilità di recidiva a 10 anni: bassa (con punteggio inferiore a 18), media (con punteggio tra 18 e 30) o alta (con punteggio superiore a 30). Per le pazienti significa non dover affrontare senza motivo i pesanti effetti collaterali della chemioterapia, con riduzione dei costi anche per il Servizio sanitario nazionale correlati al trattamento ed alle possibili complicanze. In Italia le pazienti eleggibili hanno la possibilità di effettuare gratuitamente il test grazie al programma di sperimentazione PONDx, avviato a febbraio 2016 e attualmente in corso in 11 centri del Lazio, tra i quali l’Istituto nazionale Regina Elena di Roma. Al momento sono state testate più di 600 pazienti solo nel Lazio, di cui più di 60 presso l’Ire. Analogo studio è stato condotto in numerosi centri ospedalieri in Regione Lombardia e in altri centri sul territorio italiano. I risultati del programma PONDx saranno presentati in occasione di vari congressi previsti nei prossimi mesi.

“Il test Oncotype DX®– spiega Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia medica dell’Istituto nazionale Regina Elena di Roma– ci aiuta a individuare meglio le pazienti che hanno una prognosi più sfavorevole e ci dice quali di queste possono giovarsi di un trattamento chemioterapico in aggiunta all’ormonoterapia sia in pre che in post-menopausa”. In particolare, aggiunge Cognetti, il test fornisce informazioni “su pazienti con tumore invasivo della mammella, linfonodi negativi o positivi fino a un massimo di 3, con recettori ormonali positivi, pazienti che in base ai prelievi anatomo-clinici e biologici sono in una zona di confine, in una fase in cui si può includere o escludere con certezza il trattamento chemioterapico rispetto alla sola ormonoterapia”. Oncotype DX®, incluso nelle linee guida di pratica clinica europee e internazionali, è stato valutato all’interno di 6 studi che hanno coinvolto circa 4mila pazienti con cancro mammario.

Il test può cambiare le scelte terapeutiche e permette di personalizzare il trattamento perché fornisce informazioni sulla biologia che è alla base dell’insorgenza di un determinato tumore mammario e della sua evoluzione successiva. “Questo test è in grado, in una percentuale abbastanza consistente di pazienti- fa sapere ancora il professor Cognetti- di evitare la chemioterapia: secondo le evidenze disponibili un quarto delle pazienti che sarebbero state sottoposte a chemioterapia sulla base dei criteri finora utilizzati possono evitarla mentre in circa l’8% di queste pazienti viene aggiunta la chemioterapia rispetto alla sola indicazione di ormonoterapia”.
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