Leucemia, arriva da Bologna la ricerca Made in Italy che dimezza i rischi del post-trapianto

09 gennaio 2016 ore 9:19, Micaela Del Monte
Ridurre al minimo le complicanze mortali legati ai trapianti di cellule staminali nei pazienti malati di leucemia? Ora è possibile grazie alla scoperta di una ricercatrice italiana che è riuscita a farle scendere dal 68,7% al 32,2% assieme all'aiuto di un collega tedesco e uno spagnolo (Nicolaus Kroger di Amburgo e Carlos Solano di Valencia).

Francesca Bonifazi, 46enne, è riuscita così a contenere la "malattia dell'ospite" ovvero il paradosso che si verifica quando avviene il trapianto. Nel paziente viene trasferito per via endovenosa anche il sistema immunitario del donatore, i suoi linfociti. Il paradosso è che questi linfociti da un lato combattono la leucemia del paziente, dall’altro rischiano di attaccare i suoi organi scatenando "una malattia devastante, che nei suoi effetti più acuti può portare anche alla morte e comunque a una qualità della vita orrenda", continua l’esperta. La cura, insomma, rischia di essere allo stesso tempo la causa del male. I globuli bianchi del donatore attaccano sì le cellule “cattive”, ma rischiano di danneggiare seriamente gli organi del trapiantato con effetti drammatici.  

La Bonifazi quindi ha contribuito a mettere in pratica una terapia che consente di abbattere questo rischio. "Durante il ciclo di chemioterapia che precede il trapianto viene iniettato nel paziente un siero. Un farmaco che “intontisce” i linfociti del donatore. In questo modo si ottengono due risultati: i linfociti combattono lo stesso la leucemia ma non attaccano gli organi sani". Già, perché i ricercatori hanno dovuto tener conto di un altro grosso rischio. Se si “spegnesse” del tutto il sistema immunitario ricevuto dal donatore, il trapianto non servirebbe più a nulla, visto che non assolverebbe al suo compito fondamentale: distruggere le cellule “cattive”. Se, invece, i linfociti vengono usati secondo le esigenze dei medici, con un farmaco che è in grado di bilanciarne e condizionarne l’azione, i risultati sono ben altri.

 "Questo è lo studio della mia vita, al quale lavoro da dieci anni. Ho cominciato quando un paziente mi ha detto: “Forse era meglio che mi lasciasse morire invece che operarmi”. Da oggi il modo di fare i trapianti migliora grazie a noi" ha detto medico dell’Ematologia del Sant’Orsola di Bologna.

Su 161 pazienti sottoposti alla sperimentazione in due anni, "il rischio di Gvhd è passato dal 68,7% al 32% dei casi" ha spiegato Bonifazi. Di più. "Nei casi più gravi, che portano alla morte, questo calo è ancora più drastico: da oltre il 50% al 7% di casi di malattia". Una svolta insomma, perché adesso i trapianti di questo tipo non si faranno più come prima, ma col nuovo metodo. "Saranno più sicuri, con meno effetti collaterali ma con la stessa efficacia. Da adesso cambia tutto - dice il medico, ancora incredulo - Sono orgogliosa e fiera di dire che una grossa parte di questo studio è italiana. Che 90 dei 161 pazienti oggetto della sperimentazione sono italiani, li ho coordinati io". "Un modo efficace per aver cura dei nostri pazienti" ha commentato Michele Cavo, direttore dell’Ematologia del policlinico.
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