Quello che NON ci diranno in campagna elettorale

31 ottobre 2017 ore 16:03, Luca Lippi
La campagna elettorale è già in corso da tempo. Nei prossimi giorni entrerà nel vivo, al netto di manovra, legge elettorale e qualche correzione necessaria e sufficiente. Nella sostanza però, nessuno parla, ha parlato e presumibilmente parlerà del vero grosso problema che affliggerà tutti gli italiani per i prossimi anni. Il Fiscal Compact che nella sostanza è sepolto sotto le alleanze e i populismi tipici di chi deve vendere il ruolo per guadagnare consensi.
Il reale problema che travolgerà l’apparente beatitudine degli italiani non sarà la complicata maggioranza parlamentare dopo il voto, ma il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tutto questo avverrà entro la fine di quest’anno. Sarà più il Natale a distrarre gli italiani oppure le risse nei talk della politica? Intanto il governo che si formerà con il Rosatellum bis creerà una maggioranza parlamentare assai debole, ai limiti del commissariamento (magari un Monti bis col volto di Mario Draghi).
Quello che NON ci diranno in campagna elettorale
 
Il trattato di cui sopra (Fiscal Compact), tra le tante cose prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e Pil alla soglia del 60%; questo è uno dei parametri degli accordi siglati a Maastricht all’inizio degli anni ’90. 
Il problema della determinazione di questo parametro è l’illogica applicazione a realtà economiche diverse, di Paesi diversi, magari in una fase economica particolare senza considerare le situazioni sociali e occupazionali. 
L’attuale rapporto del nostro Paese tra debito e Pil, è superiore al 130%. 
Per una fotografia piuttosto eloquente della situazione è necessario ricordare che negli anni 90 il rapporto era al 120%. Poi è sceso nel 2008 al 103% e alla fine è esploso (non solo in Italia) contestualmente all’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime. Per una pura notazione di carattere ‘scolastico’, una vera e propria speculazione privata scaricata totalmente sulla finanza pubblica. 
Il governatore della Bce in parte ha contribuito a far ripartire la speculazione privata, inondando di liquidità il mercato finanziario attraverso il Qe. Di contro alle finanze pubbliche sono imposti tagli e manovre lacrime e sangue. 
Visto che è complicato regolare uno squilibrio finanziario, la Ue ha deciso di offrire un aiuto e regolarlo per legge. Quindi, per legge, saremo obbligati a scendere dal 130% al 60% in venti anni. 
La narrazione più usata, e quella che continuerà ad essere utilizzata, sarà quella che il Fiscal Compact sarà un successo grazie alla crescita e all’aumento dell’inflazione che causeranno un fisiologico aumento del Pil.
In pratica, a colpi di avanzi di bilancio si dovrebbe colmare la misura. 
Per creare avanzo di bilancio, e crearlo fino al 2037, dovremmo rinunciare a investire sull’economia e aumentare le tasse, ovviamente rinunciando a un numero sempre più elevato di servizi (non si intravedono altre possibilità nella letteratura economica).
Dato per scontato che è impossibile fare previsioni economiche così lunghe, nessuno può prevedere la crescita dell’economia e neanche l’inflazione oltre un certo lasso temporale che non sono sicuramente 20 anni.
A guardare la ‘velocità’ di crescita dell’economia italiana, e sospettando una lieve nuova crisi ‘fisiologica’, nell’orbita della finanza speculativa degli ultimi anni sempre più effervescente, non c’è spazio alcuno per l’ottimismo.

Nella malaugurata ipotesi di una flessione economica, rispettare il Fiscal Compact si tradurrebbe in un disastro sociale ed economico senza precedenti.
Secondo i diktat di Bruxelles, l’economia si avvia a muoversi con regole matematiche strettissime. Unica variabile? È piuttosto semplice, qualsiasi manovra sarà sulle spalle dei cittadini. 
Il debito ovviamente deve essere ridotto, questo è un dato di fatto, ma questo non dovrebbe mai avvenire spendendo i diritti fondamentali dei cittadini. Inoltre, impedendo di investire sull’economia questa tenderà a deteriorarsi molto più velocemente di quanto sarebbe necessario per rimetterla sul binario della crescita.

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