Piano rifugiati, Meluzzi: "Un patto basato sulla malafede: Minniti, ecco le contraddizioni"

27 settembre 2017 ore 17:15, Americo Mascarucci
Garantire una ordinata convivenza civile, grazie a una carta dei diritti e dei doveri per i rifugiati. È questo l’intento del piano varato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti per garantire una maggiore integrazione e porre un freno all'emergenza di questi mesi. Un piano che però non ha trovato l’unanimità dei consensi e che rischia di rischia di creare disparità con gli italiani? Intelligonews ne ha parlato con lo psicologo Alessandro Meluzzi

Piano rifugiati, Meluzzi: 'Un patto basato sulla malafede: Minniti, ecco le contraddizioni'
Che idea si è fatto del piano del Viminale? 
"Se ci riferiamo alle condizioni sanitarie non ci sono grandi novità, visto che oggi in Italia chiunque può usufruire di qualsiasi spesa sanitaria. Senza poi contare sulla possibilità di alloggi ipotetici all'interno dell’emergenza case dei comuni o dei vari istituti di case popolari. I migranti che arrivano, inoltre, godono di una diaria di 1200 euro al giorno, oltre a 5-10 euro per le spese al giorno, più il telefonino ad uso gratuito o le biciclette. Quello che invece il documento dice è che lo Stato si assume i loro bisogni, compreso il tentativo di avvio al lavoro, questo in un Paese dove neanche i giovani italiani laureati lavorano. Faccio quindi un po’ di fatica ad immaginare come questi 80 mila africano-islamici possano essere impiegati in qualcosa di costruttivo". 

Non è convinto dalla via seguita da Minniti, quindi? 
"Esiste un paradosso enorme: da una parte abbiamo lo Stato che chiede ai migranti di riconoscere i valori della Repubblica e non soltanto quelli più strettamente giuridici ma anche quelli fondativi sul piano antropologico come la libertà religiosa, la libertà delle donne, i diritti individuali che precedono quelli collettivi. Questo potrebbe andare bene per dei migranti come gli induisti, i buddisti o per chi viene dall’est europeo, dal Perù o dalle Filippine. Una cosa questa, che però contrasta con un'altra: con i dettami dell’Islam dove per definizione, le norme religiose prevalgono sempre su quelle civili, dove lo stato del rapporto tra l’uomo e la donna è quello sancito dalla sharia, dalla legge islamica che non può essere trasgredita". 

Come si comporteranno allora? 
"Delle due l’una: o lo Stato italiano impone agli islamici di non essere islamici oppure semplicemente gli islamici utilizzeranno la "Takia" del Corano, la quale sostiene che si debba mentire sempre, soprattutto quando si vuole ottenere un risultato. Quindi mi sembra un patto basato sulla malafede". 

Esiste il rischio che qualcuno si appigli ad alcune lacune del nostro ordinamento? 
"È quello che succederà. Francesi e inglesi hanno entrambi drammatici problemi. La cultura britannica, forse da tempo troppo innamorata della cultura araba, sta patendo il multiculturalismo delle periferie pakistanizzate e islamizzate di Londra, Manchester o Liverpool, con catastrofi continue e permanenti. Con un sindaco musulmano di Londra che pare stia gestendo l’immigrazione in modo pericoloso. I francesi poi hanno rischiato di imporre delle leggi laiciste e draconiane, in cui lo Stato doveva prevale sempre su ogni religione e non mi pare che adesso godano di buona salute. Noi in Italia non avevamo di questi problemi ma adesso stiamo cercando di farceli venire". 

Per alcuni, il piano Minniti è una sorta di contentino per la Chiesa visto che lo ius soli sembra tramontato. Poi con il Papa che apre all’accoglienza… 
"Minniti, come D'Alema e come me, viene dalla Figc di quegli anni cresciuto nella cultura del togliattismo e del berlinguerismo e quindi l’heghelismo, conosce i principi della doppia verità e del cerchiobottismo, quindi credo che questa sia l’espressione più compiuta di una cultura razionale-tardocomunista".
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